Accertamento dell’insolvenza: fatti diversi…sentenza diversa!

La rilevanza delle notizie di stampa ai fini della conoscenza dello stato di insolvenza

L’inesistenza di un dovere giuridico di lettura della stampa non esclude che, in concreto, una notevole parte della popolazione (ivi inclusa quella che dirige o collabora all’attività d’impresa) sia solita consultare la stampa ed informarsi di quanto essa pubblica, oltre che per curiosità, anche per propria utilità. Da qui la piena idoneità della pubblicazione di articoli di stampa a costituire indizio da cui – assieme ad altri – potere trarre la prova della sussistenza della scientia decoctionis.

Con la sentenza del 31 agosto 2021 n. 23650 la Corte di Cassazione ha avuto modo di affrontare la questione della valorizzazione ai fini indiziari – e al fine di fare valere la presunzione della conoscenza dello stato di insolvenza in capo al soggetto che ha ricevuto dei pagamenti e poi convenuto in una azione revocatoria ai sensi dell’art. 67 l.f.  – della pubblicazione di articoli di giornale riportanti la notizia della crisi di una società, poi, in effetti, dichiarata fallita.

Nella fattispecie la Corte di Appello di Roma aveva rigettato l’appello proposta da un Società in Amministrazione Straordinaria avverso la sentenza di primo grado che aveva respinto la domanda revocatoria fallimentare da essa presentata.

La Corte di appello di Roma aveva ritenuto che la società appellante non aveva fornito la prova della conoscenza dello stato insolvenza da parte del convenuto e che correttamente il giudice di primo grado aveva escluso la rilevanza dei numerosi articoli di giornali che, nel periodo di tempo in cui erano stati effettuati i pagamenti, avevano riportato notizie sulla crisi in cui si dibatteva la Società. E ciò in base al fatto che il dovere di lettura non aveva cittadinanza alcuna nell’ambito dello schema della presunzione, che consentiva, piuttosto, di valorizzare regole di esperienze storicamente accertate.

Inoltre, il Tribunale di primo grado aveva affermato che non poteva essere ritenuta idonea nemmeno la pubblicità dei bilanci depositati presso il registro delle imprese, rilevanti solo se dagli stessi emergeva l’esistenza di uno stato di insolvenza in atto e non meramente potenziale e che la verifica del bilancio non era comportamento esigibile da un normale creditore commerciale (a differenza del creditore finanziario).

La Società proponeva dunque ricorso in Cassazione, denunciando, tra i vari motivi, la violazione dell’art. 67 l.f. e degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c. per avere la Corte territoriale violato i criteri giuridici sulla formazione della prova critica in materia di revocatoria fallimentare.

La Corte ha ritenuto detto motivo fondato.

I Giudici di legittimità hanno in primo luogo ribadito il principio per cui ai fini dell’accertamento della conoscenza dello stato di insolvenza il giudice può avvalersi di presunzioni semplici, come quella fondata sul fatto che, secondo l‘id quod plerumque accidit, una notevole parte della popolazione (ivi inclusa quella che dirige o collabora all’attività d’impresa) sia solita consultare la stampa ed informarsi di quanto essa pubblica, comprese le notizie relative allo stato di dissesto della società poi fallita.

La Corte ha poi fatto riferimento ad una propria pregressa pronuncia (cfr. Cass. 8 febbraio 2017, n. 3299) nella quale è stata affermata la piena idoneità della pubblicazione di articoli di stampa a costituire indizio da cui – assieme ad altri – potere trarre la prova della sussistenza della scientia decoctionis da parte di colui che ha ricevuto il pagamento revocabile nel periodo sospetto.

Del resto, secondo la Corte, l’inesistenza di un dovere di lettura della stampa (come sopra detto posto a fondamento del ragionamento svolto dai giudici di merito) non esclude che, in concreto, una notevole parte della popolazione (ivi inclusa quella che dirige o collabora all’attività d’impresa) sia solita consultare la stampa ed informarsi di quanto essa pubblica, oltre che per curiosità, anche per propria utilità.

Ad avviso della Cassazione, dunque, i giudici di merito, nel valorizzare le fonti di conoscenza, non avrebbero dovuto ragionare in termini astratti, ma avrebbero dovuto tenere in considerazione le risultanze del caso concreto, ovvero, per quel che rileva nella fattispecie, avrebbero dovuto valutare nello specifico le caratteristiche della campagna di stampa e più precisamente il numero di notizie pubblicate, il loro carattere nazionale o meno, la descrizione della gravità della situazione ivi rappresentata e la dovizia di particolari in esse contenuti.

In ragione dei principi di cui sopra, la Corte ha ritenuto la pronuncia impugnata non conforme a diritto in quanto i giudici dell’appello nella fattispecie, a fronte di n. 41 articoli editi relativi alla Società, anche via web, in un periodo temporale compreso nel periodo sospetto, hanno, con motivazione estremamente assertiva, affermato che correttamente il giudice di primo grado aveva escluso la rilevanza dei pur numerosi articoli di giornali; che le informazioni riportate dalla stampa non potevano ritenersi “di per sé rilevatrici di una sicura conoscenza del dissesto” e che “il dovere di lettura non ha cittadinanza nell’ambito dello schema della presunzione”.

Secondo la Cassazione, infatti, la Corte di Appello ha operato in termini astratti e non concreti, non ancorando il proprio ragionamento presuntivo alle effettive condizioni economiche e organizzative della Società convenuta in revocatoria, soggetto imprenditore dotato di struttura organizzativa e in grado di recuperare le informazioni più aggiornate direttamente connesse con la sua attività.

Inoltre la Corte di Appello, nel valorizzare le fonti di conoscenza rappresentate dalle notizie di stampa, non ha valutato le caratteristiche della campagna di stampa, ovvero, per quanto già detto, il numero di notizie pubblicate, il loro carattere nazionale, la descrizione della gravità della situazione ivi rappresentata e la dovizia di particolari in esse contenuti, tutti elementi invece rilevanti – ad avviso della Cassazione – al fine di trarre la prova della sussistenza della c.d. scientia decoctionis.

La Corte, dunque, nei limiti di quanto argomentato, ha cassato con rinvio la sentenza.

Cass., 31 agosto 2021, n. 23650

Luca Scaccaglia – l.scaccaglia@lascalaw.com

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