La revocatoria dell’atto di scissione è inammissibile

La revocatoria dell’atto di scissione è inammissibile

La Corte di Appello di Roma ha sancito l’inammissibilità dell’azione revocatoria dell’atto di scissione, in quanto una declaratoria di inefficacia non può essere ritenuta neutra rispetto alle esigenze di certezza che sono alla base della disciplina della stessa scissione.

Occorre premettere che sul tema esistono orientamenti contrastanti della giurisprudenza di merito: a favore dell’inammissibilità dell’azione revocatoria di atto di scissione si ricordano App. Catania, 19 settembre 2017, n. 1649 e Trib. Roma, 7 novembre 2016. Per l’orientamento di segno opposto, fatto proprio anche dal Giudice di prime cure nella controversia in oggetto, si richiama Trib. Pescara, 17 maggio 2017.

La Corte di Appello ha tuttavia ritenuto di aderire al primo dei due orientamenti, osservando che la declaratoria di inefficacia della scissione non determina la sola facoltà di esecuzione da parte di un singolo creditore su un dato cespite patrimoniale presente nel patrimonio della società (come accade ad esempio nella revocatoria del conferimento in società), ma si riverbera necessariamente sul patrimonio sociale delle società beneficiarie, nei rapporti tra i soci e nei rapporti tra le società beneficiarie e i loro creditori; pertanto non può essere appunto ritenuta neutra rispetto alle esigenze di certezza che sono alla base della disciplina della scissione.

Nell’articolata motivazione la Corte ha fra l’altro argomentato su un profilo sottolineato dall’orientamento favorevole alla revocabilità dell’atto: quello dell’asserita non esaustività della tutela che nell’ambito della disciplina della scissione ricevono i creditori.

Sul punto la sentenza di primo grado aveva insistito sulla non coincidenza della tutela assicurata dalla opposizione (art. 2503 c.c.) e dalla responsabilità solidale delle società partecipanti alla scissione, con quella garantita dal rimedio generale dell’art. 2901 c.c. a tutela del credito.

La Corte di Appello tuttavia non ha ritenuto decisivo l’argomento, poiché la tutela assicurata dall’opposizione e dalla previsione di responsabilità solidale di cui all’art. 2506 quater c.c., è riferibile ai creditori che hanno fatto affidamento sul patrimonio della società scissa ante scissione, ossia quelli anteriori, posto che i creditori posteriori hanno invece confidato su una situazione patrimoniale della scissa, che era quella risultante dalla scissione. Per tale ragione questi ultimi non meritano, dunque, un trattamento preferenziale rispetto a quello attribuito ai creditori delle beneficiarie.

Anche la previsione della solidarietà passiva delle società partecipanti alla scissione prevista all’art.2506 quater ultimo comma c.c. è, ad avviso della Corte, un dato decisivo per escludere l’ammissibilità dell’azione revocatoria.

Risulta infine opportuno accennare brevemente alla recente disciplina introdotta dal d.lgs. 12.1.2019 n.14 (Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, che entrerà in vigore il 15.8.2020), che all’art.116, dedicato appunto alle operazioni straordinarie di trasformazione, fusione o scissione che siano previste da un piano di concordato preventivo, prevede il trasferimento in sede concorsuale dell’opposizione, statuendo che la validità di dette operazioni straordinarie può essere contestata dai creditori solo con l’opposizione alla omologazione del concordato.

Non è un caso, quindi, se il D.lgs 14 del 2019 abbia ritenuto di ribadire al terzo comma dell’art.116 che “gli effetti delle operazioni di cui al comma 1 in caso di risoluzione o di annullamento del concordato, sono irreversibili, salvo il diritto al risarcimento del i danno eventualmente spettante ai soci e ai terzi ai sensi degli artt. 2500 bis c.c. co. 2, 2504 quater co.2 e 2506 ter co.5 c.c.“.

È infatti significativo che il legislatore si esprima esplicitamente in termini di “irreversibilità degli effetti” (organizzativi e patrimoniali), peraltro con uno specifico richiamo alle norme del codice civile che prevedono la sola tutela risarcitoria.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, la Corte ha dunque riformato la sentenza di primo grado, sancendo l’inammissibilità dell’azione revocatoria dell’atto di scissione.

Corte d’Appello di Roma, 27 marzo 2019, n. 2043

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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