Crisi e procedure concorsuali

La revocabilita’ del trust

Uno degli argomenti che hanno suscitato più dubbi e, conseguentemente, sul quale si è più discusso nella recente dottrina e giurisprudenza, è la revocabilità di un istituto di diritto anglosassone che sta prendendo sempre più piede nel nostro ordinamento: il trust.

Primissimo aspetto da considerare, e sul quale sembra utile spendere qualche parola, è la validità stessa del trust. La convenzione dell’Aja impedisce di dare validità ai trust posti in essere in violazione dei principi inderogabili dell’ordinamento in cui si opera ed ai trust, cosiddetti, non meritevoli di tutela. Questo perché, se così non fosse, l’operazione avviata snaturerebbe l’istituto stesso del trust, conferendogli così uno status che si confonderebbe facilmente con quello di uno strumento di elusione, risultato che l’ordinamento di certo non vuole raggiungere, considerando il lungo lavoro attuato al fine di dare validità ai trust interni.

Seguendo la scia del ragionamento fin qui adottata, possiamo azzardarci a dire che tutti i trust posti in essere in violazione dei principi dell’ordinamento giuridico, non sono solo revocabili ma possiamo considerarli addirittura nulli, in quanto posti in essere in violazione della Convenzione dell’Aja.

A questo punto ci si deve chiedere: è soggetto a revocatoria un trust valido? In particolare, dottrina e giurisprudenza hanno ormai assunto una linea costante ritenendo che, qualora venisse revocato l’atto di disposizione del trust, la sentenza costitutiva così ottenuta priverà di efficacia la disposizione oggetto di revoca, lasciando valido e intatto il resto del trust (e quindi anche l’atto costitutivo).

Nella giurisprudenza di merito, la strada dell’azione revocatoria per il creditore penalizzato era stata spianata dal Trib. Di Milano, con una sentenza della II sezione civile, del 3 maggio 2013. Nel caso specifico, il Giudice aveva dichiarato l’inefficacia del trust auto-dichiarato, che il debitore aveva istituito quando la propria società era fortemente indebitata con una banca, in favore della quale aveva prestato fideiussione, situazione che aveva poi portato al fallimento della stessa società.

Nella precarietà di tale situazione, il disponente aveva istituito un trust auto-dichiarato, nel quale ricopriva contemporaneamente il ruolo di disponente, trustee e beneficiario, non fornendo previsione alcuna per la figura del guardiano dell’attività del trustee. In tale situazione, il Giudice non aveva avuto problemi nel dichiarare la sussistenza dell’anteriorità del credito rispetto all’atto costitutivo, la lesione della garanzia patrimoniale del creditore e che “la costituzione del trust e il conferimento nel trust – che non può definirsi auto-dichiarato ma del tutto abusivo o sham, essendo coincidenti nella stessa persona disponente, fiduciario e beneficiari ed essendo il disponente anche surrettiziamente in veste di guardiano – dei beni immobili di proprietà del disponente ha lo scopo di paralizzare qualsiasi iniziativa dei suoi creditori sul proprio patrimonio”.

Conseguentemente, il Giudice ha dichiarato, incidenter-tantum, la nullità dell’atto istitutivo e ha accolto la domanda di revocatoria.

Più recentemente, il Tribunale di Trieste in data 22 gennaio 2014, esaminando il reclamo della domanda proposta davanti al giudice tavolare da un soggetto che chiedeva l’intavolazione del diritto di piena proprietà di alcuni beni immobili, intestati tavolarmente ad un secondo soggetto, disponente di un trust, in favore di un terzo soggetto, trustee del medesimo, ha valutato che “in considerazione del fatto che nell’atto si prevede che il disponente sia il primo beneficiario del reddito e, una volta terminata la fase di accantonamento (20 anni), anche quello esclusivo dei beni qualora le rendite non siano sufficienti al mantenimento ed alle emergenti necessità, fino alla sua morte”, realizzando così il mero scopo di segregazione patrimoniale di beni del disponente.

Pertanto, anche in questo caso, nulla ha ostato alla decisione del Collegio, il quale ha sancito che “Deve ritenersi privo di causa e comunque non riconoscibile perché non persegua interessi meritevoli di tutela il trust che non prevede alcun trasferimento di diritti al trustee e che di fatto persegua come unico fine la segregazione patrimoniale dei beni del disponente”.

La giurisprudenza nazionale si sta, quindi, sempre più, orientando verso la possibilità di applicare l’art. 2091 cod. civ. ad ogni azione che vada a costituire una sorta di anomala compartimentazione o segregazione del patrimonio di un soggetto, tanto da essere considerata abusiva e, pertanto, necessariamente soggetta ad azione revocatoria.

27 febbraio 2014

(Manuel Deamici – m.deamici@lascalaw.com)

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