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La revoca della delega all’amministratore

In tema di società di capitali, e nel silenzio dell’art. 2381 c.c., la revoca della delega all’amministratore delegato, decisa dal consiglio di amministrazione, deve essere assistita da “giusta causa“, sussistendo, in caso contrario, il diritto del revocato al risarcimento dei danni eventualmente patiti. Tanto in applicazione analogica dell’art. 2383, comma 3, c.c., disciplinante la revoca degli amministratori da parte dell’assemblea, norma di cui ricorre la stessa “ratio”, in base alla quale, pur nella libertà del conseguimento degli interessi e degli obiettivi societari, occorre, in assenza di “giusta causa“, tenere conto del sacrificio economico e sociale dell’amministratore conseguente alla revoca, soprattutto quando la delega comporti un’attività remunerata suscettibile di valutazioni professionali nel mercato dei manager“.

Così si esprime una recente Giurisprudenza in merito alla facoltà, sussistente in capo al consiglio di amministrazione, di revocare le deleghe attribuite ad un amministratore di S.p.A. nonché alle relative conseguenze risarcitorie, ove tale revoca non sia assistita da giusta causa.

Le argomentazioni addotte dall’attore nel procedimento in esame riposano sulla circostanza che, sebbene la delega sia sempre revocabile ad nutum, ai sensi dell’art. 2381 c.c., dal consiglio di amministrazione, non vi sarebbe ragione alcuna per cui l’organo amministrativo non dovrebbe essere chiamato a risarcire l’amministratore privato delle deleghe per le conseguenze derivanti da siffatta decisione, nel caso in cui la stessa non fosse supportata da una giusta causa.

In dottrina e giurisprudenza non vi è, a tal riguardo, una posizione unanimemente condivisa: la Corte d’Appello, infatti, si pronunciava escludendo qualsivoglia diritto al risarcimento del danno in capo all’attore, sulla base dell’assunto che il rapporto fiduciario sussistente tra l’organo amministrativo ed il singolo amministratore giustificherebbe di per sé il diritto di revocarne le deleghe senza incorrere in alcun onere risarcitorio.

Tale pronuncia si inserisce nel solco di quella giurisprudenza, soprattutto di merito, e della dottrina che identifica la revoca quale atto di riorganizzazione dell’attività della società, quindi insindacabile ed insuscettibile di conseguenze patrimoniali / risarcitorie (ex multis, Tribunale di Milano, 16 ottobre 2006).

La recente pronuncia della Suprema Corte qui in esame, al contrario, identifica un rapporto analogico tra la disciplina prevista per la revoca dalla carica di amministratore e la revoca delle deleghe: a parere della Corte, essendo l’unica disposizione positiva che viene in rilievo quella di cui all’art. 2383, comma 3, c.c., la medesima ratio dovrà essere applicata alle circostanze contestate.

In particolare, la diposizione esaminata dalla Suprema Corte detta una norma che afferma un rilevante principio, quello dell’esistenza non già di un potere illimitato dell’assemblea, ma di una facoltà discrezionale e controllata, che è limitata, ovviamente, non già in vista del conseguimento degli interessi e degli obiettivi societari ma solo in considerazione del rispetto della posizione sociale ed economica dell’amministratore di società. Ossia in ragione della dignità e del sacrificio economico imposto alle persone che rivestono la carica amministrativa e che, in ragione dell’atto di revoca, vedono sacrificata, in una misura più o meno ampia, la propria posizione”.

Alla luce di quanto sopra, quindi, l’identità della ratio sottostante le due fattispecie giustifica, a ragione dei Giudici aditi, l’applicazione analogica della disciplina di cui all’art. 2383, comma 3, c.c., così determinando la risarcibilità del danno in caso di revoca dell’amministratore senza giusta causa (così come verrà ovviamente valutata in sede di merito dall’autorità adita).

Cass., sez. I, 15 aprile 2016, n. 7587 

Giulia Buzzettig.buzzetti@lascalaw.com

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