Diritto Processuale Civile

La responsabilità ex art. 96, comma terzo c.p.c.

– di Martina Petri, in Il Corriere del Merito, n. 4/12, pag. 362

L’articolo in commento ha ad oggetto la pronuncia del Tribunale di Verona del 13 Agosto 2011 in materia di responsabilità aggravata  ex art. 96 comma 3 c.p.c..

Il Tribunale di Verona revocando il decreto emesso ex art. 669 sexies comma 2 c.p.c.  ha condannato i ricorrenti in solido tra loro, oltre alle spese del procedimento, a corrispondere  ex art. 96 comma 3 c.p.c, una somma equitativamente determinata, appurata d’ufficio la sussistenza di lite temeraria.

Nel procedimento cautelare, la ricorrente attraverso una fuorviante rappresentazione della realtà conseguiva l’emissione del provvedimento cautelare richiesto nella forma del decreto inaudita altera parte.

Successivamente, tuttavia, con ordinanza il Giudice ha revocato il decreto ravvisando altresì i presupposti per la condanna ai sensi dell’articolo 96, comma 3, c.p.c..

In particolare il Giudice ha rilevato che il ricorrente aveva ottenuto in proprio favore l’emissione del decreto attuando silenzio strumentale su circostanze rilevanti ai fini della valutazione completa della vicenda, abusando in tal modo del processo, piegato a finalità diverse rispetto a quelle di cui all’art. 24, primo comma, Costituzione.

Nell’ipotesi rappresentata, parte opponente, non aveva promosso istanza per risarcimento ex art 96 comma 1, delle spese e dei danni subiti, che come previsto dalla normativa, deve essere avvalorata dalla difficile quantificazione dell’an e del quantum del danno subito, ma il Giudice d’ufficio, ha deciso di condannare al risarcimento per lite temeraria, ritenendo sussistente nel caso di specie una forma di responsabilità aquiliana con finalità di risarcimento più specifica rispetto alla responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c.

Tale orientamento è confermato alla luce dell’abrogazione da parte della L.69/2009 dell’ultimo comma dell’art. 385 c.p.c., che prevedeva la possibilità unicamente per la Corte di Cassazione di una condanna d’ufficio della parte soccombente che avesse agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, celando, all’attenzione del Giudice, elementi fondamentali.

La norma in esame non specifica i presupposti legittimanti la condanna, ma la tesi condivisa dal Tribunale di Verona dimostra come requisito necessario sia la presenza dell’elemento soggettivo della mala fede o colpa grave, di cui al comma 1, a prescindere dalla prova del danno, e proprio la sua collocazione all’interno dell’art 93 dimostra l’ulteriore ipotesi di responsabilità aggravata, volta a scongiurare liti instaurate nonostante la palese inesistenza del diritto o con l’uso e l’abuso di strumenti processuali per finalità diverse da quelle previste, da quantificarsi in via discrezionale dal Giudice, in aggiunta alle spese concesse a risarcimento del danno di cui al comma 1, 2 art.96.

In tal modo il legislatore ha introdotto una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e censurare iniziative giudiziarie pretestuose.

 (Antonio Peroni Ranchet – a.peroni@lascalaw.com)

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