Contratti Bancari

La mancata produzione del contratto di cessione comporta la soccombenza del creditore?

Nell’ambito delle opposizioni a decreto ingiuntivo, è sempre più frequente l’eccezione del difetto di legittimazione attiva del cessionario a causa della mancata produzione, da parte di quest’ultimo, del contratto di cessione.

La questione dell’onere della prova, in questi termini, è stata dunque oggetto di vivaci discussioni in dottrina e giurisprudenza.

In questo contesto, si colloca la sentenza in commento (Sentenza n. 241, 5/10/2020, Tribunale di Sondrio) che si pronuncia in senso favorevole al creditore e ritiene sufficiente, ai fini della prova dell’avvenuta cessione (questione che si riverbera inevitabilmente sull’effettiva titolarità del credito in capo al cessionario), l’”avere adempiuto alla pubblicazione di un estratto della cessione nella Gazzetta Ufficiale ed alle forme integrative di pubblicità previste dalla Banca d’Italia”.

Il problema della prova del credito ceduto nell’ambito delle operazioni di cartolarizzazione ai sensi dell’art. 58 del Decreto Legislativo n. 385 del 1° settembre 1993 (il Testo Unico Bancario) e Legge 130 del 30 aprile 1999 (la “Legge sulla Cartolarizzazione”), ha dato vita a due orientamenti, che qui sommariamente si riassumono.

Secondo un primo orientamento, ad oggi ancora l’orientamento consolidato – a cui ha aderito anche il Tribunale di Sondrio -, l’allegazione dell’avviso di cessione pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ai sensi dell’art. 58, co. II, T.U.B., basterebbe al cessionario per dimostrare in giudizio l’avvenuto trasferimento del credito in proprio favore, a condizione che l’avviso consenta di individuare con certezza, mediante il ricorso a caratteristiche comuni, i crediti oggetto della cessione in blocco.

Con le parole della Corte di Cassazione “è sufficiente a dimostrare la titolarità del credito in capo al cessionario la produzione dell’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale recante l’indicazione per categorie dei rapporti ceduti in blocco, senza che occorra una specifica enumerazione di ciascuno di essi, allorché gli elementi comuni presi in considerazione per la formazione delle singole categorie consentano di individuare senza incertezze i rapporti oggetto della cessione” (Cassazione civile sez. I, 29/12/2017, n.31188; anche, recente Cassazione civile sez. III, 13/06/2019, n.15884; Cassazione Civile, sez. I, 26/06/2019, n. 17110).

Il principio affermato dalla Suprema Corte si fonda su due ordini di ragioni.

Secondo un argomento, il legislatore ha voluto distinguere la cessione di crediti in blocco dalle altre forme di cessione, tant’è, che l’ha assoggettata alla disciplina speciale del Testo Unico Bancario, che deroga alle regole ordinarie sulla cessione del credito stabilite dal codice civile (art. 1264 c.c.).

Invero, la ratio della normativa di favore nei confronti del creditore risiede proprio nella natura di questo tipo di cessioni che riguardano un gran numero di rapporti giuridici e, spesso, una pluralità di vicende circolatorie.

La finalità, perseguita dall’art. 58 T.U.B., sarebbe completamente vanificata qualora si onerasse il creditore cessionario di provare la titolarità del credito mediante la produzione del contratto di cessione, poiché, significherebbe costringerlo anche a produrre tutti i contratti che riguardano le cessioni precedenti sino a risalire all’originario creditore cedente.

Tale aggravio dell’onere probatorio si porrebbe in contrasto con l’art. 24 Cost, da cui discende il principio di vicinanza della prova ed il divieto di interpretare la legge in modo da rendere impossibile o troppo difficile l’esercizio dell’azione in giudizio.

La Suprema Corte aggiunge che “a tal fine, è prevista anche l’emanazione d’istruzioni da parte della Banca d’Italia, la quale, nell’esercitare il relativo potere, ha confermato che per “rapporti giuridici individuabili in blocco” devono intendersi “i crediti, i debiti e i contratti che presentano un comune elemento distintivo”, chiarendo che lo stesso “può rinvenirsi, ad esempio, nella forma tecnica, nei settori economici di destinazione, nella tipologia della controparte, nell’area territoriale e in qualunque altro elemento comune che consenta l’individuazione del complesso dei rapporti ceduti” (cfr. circolare n. 229 del 21 aprile 1999)”.

Il secondo argomento riguarda il raccordo tra la disciplina speciale a cui sono sottoposti i contratti di cessione di crediti in blocco e la disciplina generale del contratto prevista dal codice civile. Secondo la Corte, non vi è alcuna violazione dell’art. 1346 c.c., poiché, la disposizione, nel prevedere che l’oggetto del contratto deve essere determinato o determinabile, non richiede alcuna indicazione specifica, e pertanto, può ritenersi sufficiente che il credito ceduto in blocco possa essere identificato con certezza sulla base di elementi obbiettivi e prestabili risultanti dallo stesso contratto.

Nel caso di specie, la cessionaria ha prodotto un avviso di cessione di crediti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana con indicazione dell’indirizzo del sito internet ove sono disponibili, nel rispetto della privacy, i dati relativi ai crediti fino a loro estinzione.

Occorre però dare atto della diffusione sempre maggiore di un orientamento più severo, che ritiene che la pubblicazione dell’avviso di cessione sulla Gazzetta Ufficiale esonera sì la cessionaria dal notificare la cessione al titolare del debito ceduto, ma non basta a provare la titolarità del credito in capo all’avente causa, se non individua il contenuto del contratto di cessione (Cass., Sez. III, 13/09/2018, n. 22268).

Una parte della giurisprudenza ha dato continuità a questo orientamento, sostenendo che “tale rilievo è condivisibile, giacché una cosa è l’avviso della cessione – necessario ai fini dell’efficacia della cessione – un’altra è la prova dell’esistenza di un contratto di cessione e del suo specifico contenuto” (Cass., sez. III, 31/01/2019, n. 2780).

Una parte della giurisprudenza di merito, sulla base di questa interpretazione, ha dichiarato il difetto di legittimazione attiva in capo al cessionario del credito secondo un accertamento più o meno rigido.

In base ad una valutazione più rigorosa, la prova della titolarità del credito passa necessariamente mediante la produzione del contratto di cessione. Non basterebbe cioè la dichiarazione della Banca contenente l’elenco delle posizioni cedute individuate con codici numerici (quali, ID, NDG, CDG)[1].

Secondo un’altra valutazione, la prova può essere raggiunta mediante il contratto di cessione, o, in alternativa, una liberatoria rilasciata dall’Istituto di credito cedente[2].

Alla luce di queste considerazioni, si può rispondere in senso affermativo che la mancata produzione del contratto di cessione può comportare il rilievo, anche d’ufficio, del difetto di legittimazione attiva in capo alla cessionaria.

In definitiva, si può affermare che l’onere della prova in capo alla cessionaria in ordine alla titolarità del credito ceduto sta diventando via via più gravoso, e, in alcuni casi, tale incombente pare contrario alla ratio ispiratrice della speciale disciplina sulla cessione di crediti in blocco stabilita dal Testo Unico Bancario.

Tribunale di Sondrio, 5 ottobre 2020, n. 241

Camilla Capaldoc.capaldo@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

[1] Ordinanza n. 4416 emessa in data 27 febbraio 2020 dal Tribunale di Rimini, che, sulla base di queste ragioni, ha sospeso la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo opposto.
[2] Sezione Esecuzioni Immobiliari del Tribunale di Firenze, con ordinanza del 23 gennaio 2020.
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