Crisi e procedure concorsuali

La percentuale di soddisfazione offerta ai creditori concordatari chirografari non può essere inferiore al 5%

L’articolo 160 della legge fallimentare disciplina i presupposti per l’ammissione dell’imprenditore in stato di crisi alla procedura di concordato preventivo.

Il predetto articolo, tra i vari punti, disciplina le diverse possibilità che si presentano all’imprenditore al fine della redazione del piano concordatario, ponendo però un grande limite: la procedura, infatti, potrà prevedere che i creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, non vengano soddisfatti integralmente, purché il piano ne preveda la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione.

Tale previsione è l’unico “limite quantitativo” posto dalla legge ai fini della proposizione della domanda.

Tuttavia, il tribunale di Modena ha recentemente ritenuto di identificare, con risultati non privi di critiche, i criteri quantitativi necessari all’ammissione alla procedura concorsuale. Questo, in sintesi, il fatto: in data 14.04.2014 una società a responsabilità limitata aveva richiesto l’ammissione alla procedura di Concordato Preventivo; il Tribunale, ritenendo che non ne sussistessero i presupposti, con sentenza del 03.09.2014 dichiarava inammissibile la proposta di concordato presentata.

La prima delle ragioni posta dal Tribunale a fondamento della pronuncia consiste nella ritenuta insufficienza della percentuale offerta al ceto chirografario all’esito della liquidazione dei beni, quantificata in una percentuale del 3,1%.

Il Tribunale fonda la decisione su un recente orientamento della Suprema Corte, cosiddetto della “Causa in Concreto”. Tale teoria impone al Tribunale, quale metro di giudizio per ogni decisione relativa alle procedure concorsuali, di eseguire una valutazione a posteriori che analizzi le conseguenze della decisione assunta, al fine di condurre la società fino al superamento della crisi d’impresa in tempistiche ristrette e mediante un riconoscimento in favore dei creditori di una “se pur minimale consistenza del credito da essi vantato”. (Cass. Civ. S.U. 1521/2013).

Tale principio, enunciato più volte dalla Suprema Corte, non quantifica però gli elementi concreti che ne stanno alla base e pertanto il Tribunale di Modena ha ritenuto che detta quantificazione spettasse al Giudice del merito.

In tal senso il Tribunale ha ritenuto che, ove la proposta concordataria preveda un soddisfacimento di una classe creditoria inferiore alla misura (da esso arbitrariamente stabilita) del 5% del credito originario, tale soddisfacimento non possa più essere considerato come “minimale” ma divenga inconsistente e perciò non più qualificabile come “pagamento”.

Tale orientamento, seppur originato da un principio sostenuto dalla Suprema Corte, risulta di difficile condivisione, sia alla luce del dato normativo sopra esaminato sia in considerazione dello spirito che permea la riforma della legge fallimentare con riguardo all’istituto del concordato preventivo: libertà contrattuale delle parti e sostenimento di tutte le soluzioni alternative al fallimento.

20 novembre 2014

Manuel Deamici – m.deamici@lascalaw.com

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