Banche e informativa privacy. La faccenda si complica

La nuova moglie di papà e Facebook: quali limiti alla pubblicazione delle foto sui social?

Fino a che punto si possono postare su Facebook le foto altrui?

La domanda si è posta, sebbene in termini un po’ diversi e con particolare riguardo a minori degli anni quattordici, nell’ambito di un procedimento cautelare innanzi al Tribunale di Rieti attivato da una signora le cui foto, e dei suoi bambini, venivano continuamente pubblicate dalla nuova compagna dell’ex marito su Facebook e altri social network.

Il giudice, richiamando due precedenti pronunce, ha innanzi tutto confermato che “l’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi in quanto ciò determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line, non potendo inoltre andare sottaciuto l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia […] il pregiudizio per il minore è dunque insito nella diffusione della sua immagine sui social network” (Trib. Mantova, 19 settembre 2017; Trib. Roma, 23 dicembre 2017; entrambe in Famiglia e Diritto, 2018, 4, 380 con nota di NITTI).

Ciò detto sul periculum (peraltro confermato dalla reiterata condotta della resistente evidentemente molto attiva sui social), il giudice, quanto al fumus, ha richiamato l’art. 2-quiquies del decreto di adeguamento del Codice Privacy (D.Lgs. 101/18) che ha previsto, conformemente all’art. 8 GDPR, che il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a quattordici anni è lecito a condizione che sia prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale.

Il ricorso è stato pertanto accolto con condanna alle spese.

Sarebbe tuttavia stato utile un approfondimento sull’applicabilità del GDPR a fattispecie che importano l’utilizzo di social network (si veda al riguardo il parere del WP29 n. 5/2009 su online social networkingWP163) atteso che l’art. 2.2.c) non si applica ai trattamenti “effettuati da una persona fisica per l’esercizio di attività a carattere esclusivamente personale o domestico”. Non che – esclusa l’applicazione del GDPR – il giudice sarebbe giunto a diversa soluzione (indipendentemente dalla tutela dei dati personali, qui sono in gioco il diritto all’immagine e alla riservatezza nonché il diritto sul ritratto ex art. 96 LDA), ma un chiarimento non avrebbe guastato; anche se, va sottolineato, la difesa di parte resistente si è limitata ad eccepire la carenza dei presupposti cautelari ex art. 700 c.p.c. non entrando affatto nel merito della disciplina applicabile.

Non c’è dubbio infatti che la pubblicazione delle foto di cui è causa non è avvenuta in un contesto commerciale o professionale, ma eminentemente domestico. Peraltro, il considerando n. 18 del GDPR chiarisce che le attività a carattere personale o domestico comprendono “la corrispondenza e gli indirizzari, o l’uso dei social network e attività online intraprese nel quadro di tali attività”.

Postare quindi le foto altrui su un Facebook o Instagram non contrasta di per sé con la normativa sulla protezione dei dati personali?

Un aiuto per capire l’estensione dell’art. 2 GDPR, arriva dalla proposta del WP29 del 27 febbraio 2013 riguardante la modifica all’eccezione per i trattamenti per l’esercizio di attività a carattere personale o domestico (allegato 2 allo Statement of the Working Party on current discussions regarding the data protection reform packagequi) dove il Gruppo propone di circoscrivere l’eccezione dell’uso privato e domestico nel contesto dei social network considerando certi criteri indicativi, e più precisamente:

  • – se i dati personali sono diffusi ad un numero indefinito di persone piuttosto che ad una circoscritta cerchia di amici, familiari e conoscenti;
  • – se i dati personali riguardano persone che non hanno una relazione personale o domestica con chi posta i dati;
  • – se la frequenza delle postalizzazioni suggerisce l’esistenza di un’attività professionale o full-time;
  • – se c’è evidenza di un numero di individue che agiscono insieme, in modo coordinato e organizzato;
  • – se sussiste un potenziale effetto negativo sugli individui, compresa l’intrusione nella loro vita privata.

I criteri di cui sopra non sono stati recepiti espressamente nel GDPR e ciò potrebbe far propendere per un loro espresso rifiuto, ma così non è. È più probabile che il legislatore europeo non si sia voluto sbilanciare lasciando all’interpretazione giurisprudenziale il compito di dare corpo alla vaghezza normativa (da notare che anche il Garante europeo della protezione dei dati, in tema di veicoli civili a controllo remoto – RPAS, remotely piloted aircraft systems –, ha richiamato i medesimi criteri del WP29 in un suo parere del 26 novembre 2014).

Sembra tuttavia chiaro che il Gruppo è orientato a ritenere che in ipotesi come il caso qui in commento valga l’eccezione dell’art. 2. Per quanto sia, infatti, non si può negare che la resistente abbia una relazione personale o domestica con la ricorrente e con i di lei figli. Resta il dubbio se la pubblicazione delle foto fosse aperta o chiusa, se cioè i post fossero o meno visibili a tutti o solo alla cerchia di amici della resistente.

Insomma, non può darsi per scontato il richiamo del giudice all’art. 8 del GDPR, e questo potrebbe essere un buon punto di partenza da sviscerare, se mai la vertenza seguirà una fase a cognizione piena.

*  *  *  *  *

In tutto questo procedimento una cosa salta agli occhi: l’assenza di una qualsivoglia dichiarazione del papà dei bambini, cautamente rimasto ai margini di questo scontro tra ex moglie e attuale compagna. Del resto, il poveretto è tra incudine e martello. Se fosse intervenuto nel procedimento legittimando, in quanto genitore, la pubblicazione delle foto avrebbe violato con imprevedibili conseguenze una condizione di divorzio che, stando a quanto si legge del provvedimento del giudice, prevede il “consenso congiunto dei genitori per la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network”. Non intervenendo, tuttavia, ha fatto soccombere l’attuale compagna che presumibilmente dovrà ora affrontare un giudizio di merito per il risarcimento del danno.

Tribunale di Rieti, 7 marzo 2019

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

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