Polizze linked e norme applicabili nel tempo

La negoziazione di interest rate swap secondo la Cassazione

Con una recente pronuncia, la Suprema Corte ha avuto modo di confermare più o meno risalenti propri orientamenti, sia con riguardo alla portata probatoria della “dichiarazione di operatore qualificato”, sia con riguardo alla valutazione della causa negoziale del contratto derivato.

Quanto al primo aspetto, infatti, la Corte richiama il proprio precedente orientamento analizzando l’art. 31 del Regolamento Consob n. 11522/1998, rimarcando che “questa Corte ha già chiarito, con principio che si intende confermare che «Nei contratti di intermediazione finanziaria, la dichiarazione formale di cui all’art. 31, comma 2, Reg. Consob n. 11522 del 1998 (applicabile “rationae temporis”), sottoscritta dal legale rappresentante, in cui si affermi che la società amministrata dispone della competenza ed esperienza richieste in materia di operazioni in strumenti finanziari, vale ad esonerare l’intermediario dall’obbligo di effettuare per suo conto ulteriori verifiche al riguardo, gravando sull’investitore l’onere di provare elementi contrari emergenti dalla documentazione già in possesso dell’intermediario. Ne consegue che in giudizio, sul piano probatorio, l’esistenza dell’autodichiarazione è sufficiente ad integrare una prova presuntiva semplice della qualità di investitore qualificato in capo alla persona giuridica, gravando su quest’ultima l’onere di allegare e provare specifiche circostanze dalle quali emerga che l’intermediario conosceva, o avrebbe dovuto conoscere con l’ordinaria diligenza, l’assenza di dette competenze ed esperienze pregresse.» (Cass. n. 8343 del 4/4/2018; v. prec. Cass. n. 12138 del 26/05/2009) […]”.

Dal punto di vista probatorio, peraltro, il Collegio esclude che possa “la ricorrente sost[enere] che in via presuntiva, dall’età e dalla mancata scolarizzazione del legale rappresentante, si sarebbe dovuta desumere la mancanza di competenza e esperienza. Tale assunto non è stato condiviso dalla Corte di appello con condivisibile motivazione, in quanto si fonda su un sillogismo privo di riscontro ed assertivo, contradetto dalla circostanza che il soggetto in questione era il legale rappresentante della società e doveva svolgere compiti di sicuro rilevo con necessaria competenza”.

Quanto alla dedotta nullità del contratto per difetto o illiceità della causa, la Corte esclude aprioristiche prese di posizione “occorrendo verificare caso per caso il concreto assetto dei rapporti negoziali predisposto dalle parti (Cass. n. 18781 del 18/7/2017, Cass. n. 18724 del 13/7/2018)” e, in questo senso, l’accertamento della validità del contratto è sorretto da una motivazione congrua da parte della Corte di merito che, di fatto, ha rigettato le argomentazioni della società attrice sotto il presupposto per cui – a torto – “l’unica forma legittima di copertura dei rischi derivanti dal rialzo dei tassi di interesse sarebbe stata quella assicurativa al di fuori della quale ogni altra forma di gestione avrebbe avuto carattere speculativo. La Corte territoriale ha osservato, invece, che i prodotti finanziari in questione, pur sottoscritti con finalità di copertura, sottendevano una logica pro-attiva per definizione e non erano conciliabili con la configurazione che ne sollecitava la società, che sostanzialmente negava la concreta finalità di copertura e desumeva il carattere speculativo ex post (in ragione degli esiti delle operazioni) e non ex ante”.

Cass., Sez. I Civ., 18 marzo 2019, n. 7574

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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