Diritto Processuale Civile

La mediazione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo

Tribunale di Nola, sez. II Civile, 24 febbraio 2015 (leggi la sentenza)

L’odierno contributo sottopone all’attenzione dei lettori di Iusletter la recente sentenza del Tribunale di Nola, che si pronuncia sulle conseguenze del mancato esperimento del tentativo di mediazione nel corso di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, individuando la parte processuale a ciò onerata.

La questione sottoposta al giudice di prime cure,  non può prescindere da una brevissima premessa in merito alla  cd. mediazione obbligatoria ed al suo ambito di applicazione, così come previsto dal d.lgs. n. 28/2010, rispetto alla fattispecie attenzionata.

La normativa in parola, come noto, prevede che il creditore che intenda agire in via monitoria non sia onerato dal depositare la domanda di mediazione sussistendo, invece, tale obbligo nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, a pena di inammissibilità della domanda giudiziale stessa (ex art. 5 d.lgs. 28/2010).

Il Tribunale di Nola, muovendo dal presupposto dell’obbligatorietà della mediazione nel caso analizzato – trattandosi, appunto, di giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo – pone in particolare l’accento sull’identificazione della parte a cui compete la proposizione della domanda di mediazione, valutando se spetti all’opponente ovvero all’opposto,  quale attore in senso sostanziale della causa.

Ciò anche in conseguenza degli effetti pregiudizievoli derivanti dall’eventuale improcedibilità del giudizio: ovverosia se l’improcedibilità debba riferirsi all’azione proposta dal debitore ingiunto, o se invece debba intendersi riferita all’azione originariamente proposta dal creditore con il ricorso per ingiunzione sfociato nell’emanazione del decreto ingiuntivo, poi gravato da opposizione.

Nel primo caso, l’improcedibilità dell’azione proposta dall’opponente porterebbe al definitivo ed irrimediabile consolidarsi del decreto ingiuntivo; nel secondo caso, al contrario, dovrebbe ritenersi privato di efficacia il decreto ingiuntivo emesso.

Sul punto – si evidenzia nella pronuncia in commento – si sono formati due distinti orientamenti giurisprudenziali.

Secondo un filone (cfr. Tribunale di Varese 18 maggio 2012) vertendo il giudizio di opposizione sulla pretesa creditoria vantata dall’opposto e gravando su quest’ultimo – attore in senso sostanziale – l’onere probatorio e le relative facoltà di domanda riconvenzionale, proponendo “domanda giudiziale” dovrebbe, conseguentemente, subire gli effetti dell’eventuale declaratoria di improcedibilità e, in particolare, di revoca del decreto opposto.

Il Tribunale campano, ritiene, tuttavia, di aderire a diverso orientamento  (Cfr. Trib. Rimini, 05.8.2014) secondo cui “muovendo dalla necessità di fornire alla disciplina dettata dal d.lgs. 28/2010 una interpretazione sistematica, che sia coerente non solo con l’intero universo normativo in materia di giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo ma, altresì, con la ratio che ha animato il legislatore dell’Istituto della mediazione obbligatoria, individuando nell’opponente il soggetto su cui graverebbe l’onere di coltivare il giudizio e, quindi, anche gli effetti pregiudizievoli di un’eventuale improcedibilità. Con la conseguenza che, una volta dichiarata l’improcedibilità dell’opposizione, il corollario giuridico di detta pronuncia non potrà che essere la conferma del decreto ingiuntivo opposto.
A ben vedere, infatti, tale opzione ermeneutica è quella che meglio si armonizza col contesto normativo in cui si inserisce il giudizio di opposizione e, in particolare, con il sistema di sanzioni previste dall’ordinamento a fronte dell’inattività del debitore ingiunto”.

27 aprile 2015

Paola Maccarrone – p.maccarrone@lascalaw.com

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