Diritto dell'Esecuzione Forzata

Inefficacia del pignoramento: le regole del PCT

Tribunale di Pesaro, 10 giugno 2015

Il Tribunale ordinario di Pesaro,con la recente ordinanza del 10 giugno 2015, ha rafforzato la tendenza giurisprudenziale di merito, che sembra sempre più affermandosi, incline a sanzionare con l’inammisibilità gli atti di parte che presentano elementi di difformità rispetto a quanto prescritto nelle varie disposizioni di legge che disciplinano il processo telematico (cd. PCT).

Tale provvedimento pur essendo di notevole importanza, in quanto trattasi di una delle prime pronunce emesse a seguito della totale obbligatorietà del processo telematico esecutivo, pare, tuttavia, postulare un’inversione ermeneutica propendendo per il dato tecnico-formale a discapito del raggiungimento dello scopo dell’atto.

L’ordinanza in esame trae origine dal copernicano mutamento introdotto ex art 543, 4 comma c.p.c. (come novellato dal D.L. 132/2014, conv. Con mod. in l. 162/2014) che, prevedendo nuove formalità per l’iscrizione dei pignoramenti, stabilisce che è il creditore procedente (e non più l’Ufficiale Giudiziario), ritirati gli atti dall’U.G., ad iscrivere a ruolo telematicamente il pignoramento, depositando titolo esecutivo, precetto e atto di pignoramento sottoscritti digitalmente ed unitamente alle attestazioni di conformità di tali atti.

Nel caso portato all’attenzione del Tribunale di Pesaro, i debitori propongono opposizione ex art. 615 c.p.c con richiesta di sospensione ex art. 624 c.p.c. spingendosi a sostenere, addirittura, l’inesistenza del pignoramento presso terzi, considerato il mancato deposito (entro 30 giorni dalla consegna dei titoli dall’Ufficiale giudiziario) dell’attestazione di conformità di cui all’art. 543, 4 comma c.p.c.

Il G.E. accoglie la richiesta di sospensione dell’esecuzione (condannando, tra l’altro, il creditore-opposto al pagamento delle spese in favore della debitrice-opponente) reputando insufficiente che il precetto, il titolo esecutivo e l’atto di pignoramento erano stati depositati nel fascicolo telematico con apposizione della firma digitale e nonostante il terzo avesse reso, ex art. 547 c.p.c., dichiarazione positiva.

Ora, premettendo che non vi è alcuna disposizione normativa che esplicitamente sanzioni il mancato deposito dell’attestazione di conformità, non appare condivisibile tale orientamento, fondato su un eccessivo formalismo e, soprattutto, non conforme a quanto caldeggiato da decenni dalla Corte Costituzionale che intende la sanzione di inammissibilità come extrema ratio.

Il fine ultimo, infatti, di qualsivoglia processo dovrebbe essere sempre quello di giungere ad una valutazione nel merito della domanda di giustizia posta dalla parte, ricollegando la valutazione dei profili di forma, laddove possibile, a mere irregolarità processuali e, pertanto, non inficianti la validità dell’atto stesso.

10 luglio 2015

Federica Marsocci – f.marsocci@lascalaw.com

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