La lettura secondo buona fede della nullità relativa

La lettura secondo buona fede della nullità relativa

Dopo l’ordinanza interlocutoria n. 23927 del 2018 della Sezione Prima della Suprema Corte, le Sezioni Unite si sono pronunciate sulla “interpretazione” e portata della nullità relativa, ponendo fine al contrasto emerso in seno alla Giurisprudenza (di merito e di legittimità) riguardo alla cd. “nullità selettiva”, connessa e collegata all’azione di nullità posta in essere da parte dell’investitore.

L’ordinanza citata già poneva in chiara evidenza il contrasto dottrinale e giurisprudenziale in tema e la soluzione che il Collegio nomofilattico assume appare coerente con il quadro normativo esistente, oltreché in linea rispetto alle logiche di una “buona fede” utilizzata come criterio interpretativo della “nullità relativa” (di cui all’art. 23 TUF). L’esame delle diverse interpretazioni e soluzioni eviscerate dal Supremo Collegio – che qui si tralasciano – trovano una soluzione di equilibrio nelle varie letture cui negli anni si sono susseguite e, “in contrasto con le tesi criticate, il Collegio reputa che la questione della legittimità dell’uso selettivo delle nullità di protezione nei contratti aventi ad oggetto servizi d’investimento, possa essere risolta ricorrendo, come criterio ordinante, al principio di buona fede, da assumere, tuttavia, in modo non del tutto coincidente con le illustrate declinazioni dell’exceptio doli generalis e dell’abuso del diritto”.

La questione quindi si sposta, per così dire, dal punto di vista strettamente “sostanziale” e la Corte osserva che “al fine di modulare correttamente il meccanismo di riequilibrio effettivo delle parti contrattuali di fronte all’uso selettivo delle nullità di protezione, non può mancare un esame degli investimenti complessivamente eseguiti, ponendo in comparazione quelli oggetto dell’azione di nullità, derivata dal vizio di forma del contratto quadro, con quelli che ne sono esclusi, al fine di verificare se permanga un pregiudizio per l’investitore corrispondente al petitum azionato”.

In sostanza, “si deve verificare l’esito degli ordini non colpiti dall’azione di nullità e, ove sia stato vantaggioso per l’investitore, porlo in correlazione con il petitum azionato in conseguenza della proposta azione di nullità. Può accertarsi che gli ordini non colpiti dall’azione di nullità abbiano prodotto un rendimento economico superiore al pregiudizio confluito nel petitum. In tale ipotesi, può essere opposta, ed al solo effetto di paralizzare gli effetti della dichiarazione di nullità degli ordini selezionati, l’eccezione di buona fede, al fine di non determinare un ingiustificato sacrificio economico in capo all’intermediario stesso. Può, tuttavia, accertarsi che un danno per l’investitore, anche al netto dei rendimenti degli investimenti relativi agli ordini non colpiti dall’azione di nullità, si sia comunque determinato. Entro il limite del pregiudizio per l’investitore accertato in giudizio, l’azione di nullità non contrasta con il principio di buona fede. Oltre tale limite, opera, ove sia oggetto di allegazione, l’effetto paralizzante dell’eccezione di buona fede. Ne consegue che, se, come nel caso di specie, i rendimenti degli investimenti non colpiti dall’azione di nullità superino il petitum, l’effetto impeditivo è integrale, ove invece si determini un danno per l’investitore, anche all’esito della comparazione con gli altri investimenti non colpiti dalla nullità selettiva, l’effetto paralizzante dell’eccezione opererà nei limiti del vantaggio ingiustificato conseguito”.

Da ultimo, il Collegio dà alcune direttive di carattere logico e processuale alla “eccezione di buona fede”, ricordando che la stessa è opponibile nei limiti del petitum azionato (e quindi parrebbe limitarsi qui, dall’elisione delle due poste in compensazione, l’effetto travolgente della nullità) e, processualmente, “l’eccezione di buona fede operando su un piano diverso da quello dell’estensione degli effetti della nullità dichiarata, non è configurabile come eccezione in senso stretto non agendo sui fatti costitutivi dell’azione (di nullità) dalla quale scaturiscono gli effetti restitutori, ma sulle modalità di esercizio dei poteri endocontrattuali delle parti. Deve essere, tuttavia, oggetto di specifica allegazione”.

Cass., Sez. Unite Civ., 4 novembre 2019, n. 28314

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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