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La giusta quantità di vera qualità promuove la concorrenza. Il ritorno della valutazione: ovvero chi conosce(va) Bill Gates e Steve Jobs?

È irragionevole la previsione di un punteggio elevato (tale è stato ritenuto quello di 20 punti su 70) per il criterio qualitativo della letteratura basato sulla bibliografia scientifica dotata di impact factor, in particolare nel caso in cui risulti prevalente sugli altri criteri di valutazione dell’offerta tecnica (tutti inferiori, nel massimo, a 20 punti). Il meccanismo scientometrico dell’impact factor consente di misurare, mediante una formula matematica, il numero medio di citazioni ricevute in un certo lasso di tempo, ma la somma dei due migliori lavori (adottata come criterio nel caso di specie) è un criterio di valutazione che non misura l’autorevolezza delle riviste e quindi la qualità del prodotto ed è irragionevole porlo come criterio di valutazione prevalente dell’offerta tecnica; siffatto criterio, inoltre, basato in definitiva su soli dati quantitativi, può essere distorsivo della concorrenza, funzionando di fatto da barriera all’ingresso di nuovi operatori economici.

La sentenza del TAR Piemonte, di motivazione lineare e logica, dà conto di quello che può definirsi il tramonto dei criteri meramente quantitativi nella valutazione concorsuale.

È noto, infatti (e per certi versi paradossale) che coevamente all’avvento della legislazione sugli appalti post tangentopoli anche in altri settori (si pensi quello dei concorsi universitari) si era affermato il criterio quantitativo come ‘unico e vero’ per decidere il vincitore. Si erano attivate, nel nostro paese e con diverso effetto a seconda del settore, due concause concomitanti e di diversa origine e ratio: quella di ridare trasparenza e linearità all’aggiudicazione negli appalti pubblici, paralizzati e bloccati appunto da indagini rivelatrici del malaffare; e quella di matrice comunitaria e più precisamente anglosassone, che pretendeva di misurare ciò che, oltre un certo limite, non può essere misurato, ovvero la qualità di un lavoro, sia esso una costruzione o una pubblicazione scientifica. Gli effetti, negli anni, erano diventati devastanti e controproducenti, sull’uno come sull’altro settore preso a esempio. Le gare di appalto venivano vinte con ribassi sanguinosi, i quali poi, per ‘starci dentro’, portavano l’impresa a pratiche poco trasparenti se non illegali. Anche peggio i concorsi universitari, con pubblicazioni vincenti ‘un tanto al chilo’, se non figlie del comando ‘copiaincolla’. La cosa non poteva ovviamente durare e, finalmente, con la progressiva adozione din regole nuove, il pendolo è tornato indietro, riportando in auge la valutazione dell’uomo (non sostituibile né da un algoritmo, come già si è scritto su queste colonne, né dalla misurazione della quantità); che, poi, l’uomo debba essere onesto e leale e adempiere ‘con disciplina e onore’ (art. 54 Cost.) alla funzione giudicatrice e aggiudicatrice, non può essere dubitabile.

Nel caso deciso dal TAR piemontese la nuova tendenza si consolida, e si consolida sulla frontiera più delicata e controversa del vizio dell’atto amministrativo, che è quella dell’irragionevolezza e della proporzionalità di una clausola di bando. È noto, infatti, che proprio in tali casi il Giudice più si ‘fa’ Pubblica Amministrazione e, nella fattispecie, non può che concordarsi con la motivazione dei giudici torinesi. Due sono i cardini del ragionamento che porta alla decisione e ad una affermazione di principio importante. Il criterio dell’impact factor è solo indicativo della quantità di citazioni, ma non consente di valutare l’autorevolezza delle riviste: la quantità non spiega né può di per sé valutare la qualità, dunque, e questo è un dato che ormai è patrimonio della giurisprudenza. Il detto criterio, poi, è anche ponderalmente inaccettabile, nel momento in cui un bando di gara lo premia come criterio principe per valutare l’offerta economica e quindi il bando va annullato. Questi i termini essenziali per la decisione, accompagnati da una importante considerazione finale. Privilegiare il criterio quantitativo, di fatto, finisce per premiare sempre e comunque imprese già presenti sul mercato e sufficientemente forti per promuoversi – appunto – quantitativamente; esso dunque funziona da barriera all’ingresso di imprese nuove (e magari innovative). Che ne sarebbe stato di Microsoft o Apple (l’una nata nel 1975 e l’altra nel 1976) se nella seconda metà degli anni ’70 avessero dovuto scontrarsi con l’impact factor? Pensiamoci, quando parliamo di crescita economica (e non solo) del paese.

TAR Piemonte sez. V sent. 13 del 7.1.2020

Pierluigi Giammaria – p.giammaria@lascalaw.com

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