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La fallibilità delle società cooperative

La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha fornito nuovi spunti di riflessione sul tema della fallibilità delle società cooperative.

Secondo i giudici di legittimità, il fallimento di una società cooperativa può essere dichiarato, in applicazione dell’art. 2545 terdecies c.c., quando dai dati di bilancio emerga chiaramente che l’impresa persegue un fine incompatibile con quello mutualistico.

Sul punto, come noto, la Legge Fallimentare stabilisce che è soggetto al fallimento l’imprenditore che esercita un’attività commerciale. Dirimente in tal senso è il perseguimento dello scopo di lucro, che si suddivide in lucro c.d. oggettivo (il perseguimento dell’economicità della gestione) e lucro c.d. soggettivo (che si concretizza nella ripartizione degli utili). Ed è proprio quest’ultima accezione, tra le due, ad assumere carattere rilevante ai fini della qualifica di imprenditore commerciale.

A ben vedere, continua la Suprema Corte, anche le cooperative, che non si caratterizzano per l’aspettativa di distribuzione di utili ai soci quanto piuttosto per la ricerca di mutualità, possono essere dichiarate fallite, ai sensi dell’art. 2545 terdecies c.c., qualora l’attività commerciale assuma carattere prevalente rispetto allo scopo mutualistico.

Tuttavia, non sempre è agevole individuare la natura commerciale dell’attività cooperativa.

La sentenza in esame amplia proprio le prospettive di questa indagine, rigettando il ricorso promosso da una cooperativa dichiarata fallita – a cui i soci offrivano un servizio remunerato – e confermando la decisione del Giudice di prime cure, che aveva constatato il peso decisivo dei dati di bilancio, da cui emergeva una netta sproporzione tra i costi e i ricavi degli ultimi bilanci disponibili.

Nel caso di specie, dal bilancio del 2012, risultavano ricavi per Euro 711.000,00 e costi per Euro 2.033.727,00, mentre in quello dell’anno 2011, risultavano ricavi per Euro 1.657.758,00 e costi per Euro 2.362.469,00.

Secondo la Suprema Corte, la netta differenza tra costi e ricavi rende difficile concludere che la società perseguisse “un prevalente scopo mutualistico, come inteso nel senso di assicurare ai soci unicamente il lavoro a condizioni migliori di quelle correnti sul mercato’’.

Pertanto, atteso che l’attività commerciale non possa definirsi incompatibile con la finalità mutualistica, l’indagine sull’esistenza dello scopo di lucro oggettivo può essere effettuata anche rifacendosi alle scritture contabili della società, dalla quale potrebbe risultare, come nel caso che qui ci occupa, “una sproporzione tra ricavi e costi di dimensioni tali da essere oggettivamente incompatibile con la prevalenza di uno scopo mutualistico’’.

Cass., Sez. VI, 4 febbraio 2019, n. 3202

Giuseppe Avino – g.avino@lascalaw.com

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