L’usura in gondola

La dignità del 2,1% e altre storie

Occorre oggi dare spazio ad una recentissima sentenza resa in un giudizio seguito dallo Studio ed emessa dal Tribunale di Pavia – n. 32 del 10.01.2019 – la quale, per qualità dell’approfondimento e completezza delle argomentazioni, desta un giustificato interesse.

Il giudizio verteva, tipicamente, sull’affermata usurarietà di un mutuo ipotecario e, segnatamente, dei tassi corrispettivi e moratori “promessi o comunque convenuti”.

Il dott. Cameli, al termine di un lungo iter logico giuridico con il quale passa in rassegna ogni profilo del tema in parola, giunge a concludere per il rigetto delle domande attoree, nonostante l’accertato superamento del tasso di mora, in sé considerato, rispetto alla soglia usura del periodo. Il magistrato, in primo luogo, dichiara di prestare adesione all’orientamento di legittimità favorevole alla suscettibilità del tasso di mora al vaglio usura, nonostante l’abbondante giurisprudenza di merito di segno opposto.

Tuttavia, premessa tale rilevanza, precisa a seguire che “risulta tuttavia erronea ed infondata la tesi della sommatoria sic et simpliciter del tasso previsto a titolo di interesse corrispettivo con quello stabilito in conseguenza di una mora, come dedotta da parte attrice nei propri scritti difensivi”. Inutile in questa sede dar conto degli ormai unanimi arresti che escludono ogni dignità alla costruzione della “sommatoria”.

Piuttosto, incidentalmente, il dott. Cameli trova modo di annichilire l’ulteriore impostazione, di recente formazione, del c.d. T.E.MO., “la cui metodologia di calcolo è priva di basi scientifiche e non trova fondamento nelle previsioni contrattuali del mutuo,……., anzitutto, perché il T.E.M.O. viene calcolato rapportando l’importo dovuto a titolo di interessi di mora esclusivamente sulla quota capitale e non sulla rata complessiva, decurtando quindi quest’ultima della quota interessi e, pertanto, determinando un incremento notevole del risultato finale in fattispecie analoga.

In secondo luogo, sempre in via generale, merita di essere riproposta l’argomentazione già fatta propria dal Tribunale di Milano secondo cui “l’erroneità della tesi di parte attrice emerge essenzialmente là dove si pretenda di parametrare la quota di interessi moratori alla quota capitale della rata tardivamente onorata e non già al capitale residuo al momento del pagamento, con l’effetto di individuare in tal modo un tasso di mora nettamente superiore rispetto a quello effettivamente applicato; il raffronto, infatti, non può che essere condotto con riferimento al capitale residuo ancora non restituito alla scadenza della rata, atteso che è in relazione al capitale erogato che viene inizialmente pattuito il tasso di interesse corrispettivo costituente il costo del mutuo ed è in relazione a detto capitale, ridotto grazie al progressivo rimborso delle rate, che vanno conteggiati alle scadenze pattuite gli importi pretesi a titolo di interessi“ (Trib. Milano 1906/2017 cit.).

“In terzo luogo, infine, nella fattispecie concreta, il perito di parte ha operato una simulazione di ritardo a 29 giorni (cfr. doc. 2 parte attrice pag. 18), non solo non realizzatasi nella realtà effettiva, ma meramente ipotetica, in quanto pari al massimo ritardo prima della decadenza dal beneficio del termine”.

Tanto precisato, la sentenza valuta il rispetto, o meno, del tasso corrispettivo e del tasso moratorio nel frangente. Il CTU appositamente nominato, rilevava, intanto, la congruità del tasso corrispettivo, mentre, come anticipato, il tasso di mora presentava problematiche maggiori. Questo, in sé contemplato, mostrava una lieve eccedenza rispetto al limite di legge, ma è su questo aspetto che il Giudice apre la porta al parametro di maggiorazione del 2,1%.

Così si esprime il magistrato: “il Tribunale è consapevole dell’orientamento giurisprudenziale, avallato da recente e per larga parte condivisibile pronuncia della Cassazione… Malgrado la presenza di tale indirizzo, supportato dalla recente pronuncia della Cassazione, tuttavia si intende dare continuità all’orientamento, invero maggioritario e preferibile, della giurisprudenza di merito (già proprio di questo Tribunale) secondo cui “in assenza di una previsione legislativa specifica al riguardo e che possa determinare per tali interessi una specifica soglia, quest’ultima deve venire calcolata con i criteri dettati dai decreti trimestrali, con la maggiorazione pari a 2,1 punti percentuali, secondo la stessa Banca d’Italia e la sua nota di chiarimento in materia di applicazione delle legge antiusura del 3.7.13” (in termini Trib. Milano 03.12.2014 n. 14394 nello stesso senso ex multis Trib. Roma 05.10.2018, n.18993 Trib. Bergamo 25.07.2017, n.2130 Trib. Monza 15.12.2015 n. 3083; Trib. Lanciano, 16.03.2016 n. 127; Trib. Busto Arsizio 20.5.2017).

Le ragioni che inducono ad abbracciare la tesi della maggiorazione sono molteplici e, francamente, tutte condivisibili:

  • – la non corretta equiparazione eseguita dalla Suprema Corte, in fatto e in diritto, tra le due categorie di interessi che, viceversa, risultano comunque nettamente distinte anche sul piano teleologico e funzionale;
  • – la funzione risarcitoria posta alla base degli interessi moratori, e riconosciuta espressamente dalla Corte di Cassazione, avendo gli stessi, pacificamente, quale presupposto, la mora del debitore ovvero il ritardo del pagamento di quanto dovuto sulla base di un contratto;
  • – l’obiezione alla Cassazione secondo cui “il patto di interessi moratori convenzionali ultra legali non può dirsi una “operazione”, e tanto meno un tipo contrattuale” poiché, al contrario, l’accordo negoziale relativo al tasso di interesse moratorio, sia pure accessorio rispetto ad altra operazione, assume una sua autonomia giuridica ed economica nel complesso dell’operazione negoziale;
  • – l’individuazione del tasso moratorio avviene mediante adozione di criteri specifici ed ulteriori rispetto a quelli previsti per il tasso corrispettivo;
  • – la dignità statistico-matematica della maggiorazione “il cui presupposto è costituito dall’indagine condotta a fini conoscitivi dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio italiano dei cambi, organi che, come noto, sia pure non dotati di potestà normativa, risultano non solo operatori pubblici qualificati nel settore creditizio ma svolgono rilevanti funzioni di vigilanza e controllo sulle singole banche e sono dotati di discrezionalità tecnica particolarmente significativa; la stima dell’ incremento è quindi espressione di un’indagine statistica particolarmente articolata e complessa compiuta da tali soggetti, effettuata prendendo in esame plurime operazioni da parte degli enti creditizi” (Trib. Bergamo 25.07.2017, n.2130).

In sintesi, la pronuncia avalla la necessità dell’adozione del parametro in discussione: “permangono criteri di coerenza logica e giuridica circa la necessità di verificare la lamentata usurarietà del tasso di interesse; da un lato infatti viene utilizzata la medesima metodologia di calcolo ufficializzata nelle Istruzioni della Banca d’Italia, dall’altro, il raffronto deve necessariamente svolgersi tra dati omogenei: a quest’ultimo proposito, in particolare, in base alle Istruzioni della Banca d’Italia dal calcolo del TEG “sono esclusi (…) gli interessi di mora”.

Il dott. Cameli, infine, trova spazio per respingere le ulteriori critiche mosse da parte attrice rispetto alla presunta indeterminatezza del TAEG/ISC. Sotto questo profilo, anche a prescindere dalla risalenza del mutuo (anteriore alla Delibera CICR del 4/03/2003), la sentenza ben evidenzia quella giurisprudenza, a cui per altro si uniforma lo stesso Tribunale di Pavia, secondo la quale “l’errata indicazione di tale indice non incide allora sugli elementi strutturali del contratto (accordo, causa, oggetto) ma può al più determinare una violazione degli obblighi di trasparenza e informazione legislativamente imposti all’operatore bancario a tutela del contraente debole; nonostante il carattere imperativo dei precetti violati” (Trib. Pavia – Ordinanza ex art. 702ter c.p.c. – 3.4.2017; nello stesso senso Trib. Pavia del 8.2.2018 n. 237).

Lo sviluppo argomentativo così condotto esitava nella salvezza del mutuo de quo e nella saggia decisione adottata in punto spese legali e di CTU, compensate parzialmente.

La pronuncia in esame rappresenta un’ulteriore voce critica alla sentenza della Suprema Corte n. 27442/2018 e che si pone, sebbene con sfumature diverse, nel solco della già commentata Tribunale di Rovereto del 16 novembre 2018, n. 273.

Tribunale di Pavia, 10 gennaio 2019, n. 32

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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