Diritto Processuale Civile

Giudice di Pace e valore della causa

Cass., 11 giugno 2012, Sez. III, n. 9432

Massima: “Ai fini della ammissibilità dell’appello “a rime obbligate”, previsto, per le sentenze pronunciate dai giudice di pace secondo equità (art. 113, secondo comma cod. proc. civ.), nel limiti di cui all’art. 339, terzo comma, cod. proc. civ., (come novellato dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, applicabile ratione temporis), non rileva se le suddette sentenze siano pronunciate secondo diritto o secondo equità, ma il valore della controversia, da determinarsi – indipendentemente dal valore dichiarato per il contributo unificato – applicando analogicamente le norme di cui agli art. 10 e segg. cod. proc. civ. in tema di competenza. Di conseguenza, in presenza di una domanda determinata nell’ammontare, inferiore al limite quantitativo previsto per la giurisdizione di equità, che si accompagni ad una richiesta generica di maggior somma “conforme a giustizia” (salvo che quest’ultima possa considerarsi mera clausola di stile sulla base delle risultanze di causa), essendo indeterminata la somma richiesta, la domanda, in difetto di tempestiva contestazione, si presume, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 14 cod. proc. civ., pari ai limite massimo della competenza per valore del giudice adito in ragione della natura della domanda (art. 7 cod. proc. civ.) e, quindi, nella misura ai di sopra del limite della giurisdizione equitativa. Consegue l’appellabilità secondo le regole generali e non nei limiti di cui all’art. 339 cit..” (leggi la sentenza per esteso)

Ai sensi dell’art 113 c.p.c. il giudice di pace decide secondo equità le cause il cui valore non eccede i 1500 euro e sono appellabili unicamente per violazione di norme sul procedimento, costituzionali, comunitarie o dei principi regolatori della materia (art. 339 co. III c.p.c. novellato dal d.lgs 40/2006).

Ai fini dell’ammissibilità dell’appello rileva non tanto che le sentenze siano pronunciate dal Giudice di Pace secondo giustizia o equità, mentre è determinante il valore della controversia. Quest’ultimo va determinato applicando l’art. 10  c.p.c. indipendentemente dal valore dichiarato del contributo unificato (indirizzato al funzionario della cancelleria e non facente parte della domanda).

E’ anche da tali considerazioni che ha preso spunto la Corte di Cassazione nel pronunciare la sentenza n. 9432/2012.

Secondo la recente pronuncia, la domanda determinata nell’ammontare seppur inferiore al limite previsto ex lege per la giurisdizione di equità (€ 1500,00), qualora si accompagni ad una richiesta generica di maggior somma conforme a giustizia, che non sia una clausola di stile e indipendentemente dalla dichiarazione del contributo unificato, risultando la somma richiesta indeterminata, si presume pari nell’ammontare al limite massimo della competenza per valore ai sensi dell’art. 14 c.p.c..

Pertanto, nel caso di specie, si è al di fuori dei confini della giurisdizione equitativa e la sentenza del Giudice di Pace sarà appellabile secondo le regole generali e non ai sensi dell’art. 339 co. III c.p.c.

(Federica Martini – f.martini@lascalaw.com)

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