Diritto Processuale Civile

La ctu del perito nominato dal mediatore: ammissibilità e valore probatorio nel relativo giudizio di merito

Tribunale Civile di Roma, 17 marzo 2014

Commento all’ordinanza del Tribunale Civile di Roma sez. XIII, dott. Massimo Moriconi, del 17 marzo 2014.

La produzione in giudizio dell’elaborato del consulente tecnico esterno, nominato nel relativo procedimento di mediazione, è stata dichiarata legittima ed ammissibile in virtù del fatto che non vi è alcuna norma che lo vieti. Questo è quanto affermato dal Giudice dott. Massimo Moriconi in una recente ordinanza del Tribunale di Roma.

L’argomentazione che ha portato a tale presa di posizione è fondata sostanzialmente su una duplice considerazione.

Primo e principale elemento a favore dell’ammissibilità è l’assenza di impedimenti giuridici all’utilizzo della relazione peritale al di fuori della mediazione e specificamente nella causa che può seguire, così come l’assenza di qualsiasi reale contrasto con le norme e la disciplina legale di tale istituto.

In particolare, il Decreto Legislativo del 4 marzo 2010, n. 28 (Decreto Mediazione) oltre a difettare di una proibizione diretta o altresì indiretta, conferma al suo art. 10 la producibilità della relazione nel relativo procedimento di cognizione. Detta normativa prevede che, per l’impiego nel giudizio di cognizione delle dichiarazione rese e informazioni acquisite nel procedimento di mediazione, è necessario il consenso della parte dichiarante o dalla quale provengono le informazioni. Circoscrivendo il consenso della parte a queste ultime solamente, se ne va ad escludere indirettamente la necessità in caso di acquisizione della relazione peritale.

Nella causa in oggetto, la difesa di una parte avversa alla legittimità della produzione dell’elaborato ha ravvisato una possibile collisione con il principio di riservatezza più generalmente considerato, previsto dall’art. 9 e 10 secondo comma del Decreto Mediazione. Il Giudice, tuttavia, ha fermamente contrastato questa ipotesi affermando che non si può e non si deve, però, neppure enfatizzare oltre ogni limite il principio della riservatezza, rischiando di andare oltre quello che il legislatore ha stabilito. Riservatezza ad ogni costo e sempre non significa infatti agevolare con sicurezza il successo della mediazione ed il raggiungimento dell’accordo.

In secondo luogo, a sostegno della decisione in analisi vi è il riferimento al principio di economicità del processo che trova, a suo volta, fondamento nel principio di ragionevole durata del processo previsto dall’art. 111 della Costituzione.

Qualora si propendesse per l’impossibilità di utilizzare la relazione nella causa di cognizione, le parti potrebbero essere tentate, per il timore di una sua circoscritta utilità, di rifiutarsi (e sicuramente ciò accade di frequente) di acconsentire alla nomina, da parte del mediatore, di un esperto anche quando l’ausilio di un tecnico specializzato potrebbe chiarire aspetti fondamentali, perché dubbi, della situazione in conflitto – infatti – farsi carico della spesa non irrisoria per il compenso da attribuire all’esperto potrebbe apparire inappropriato e non conveniente proprio per la prospettiva di non poter produrre la relazione dell’esperto nella causa che potrà seguire.

Invece, acconsentendo all’ammissibilità di detta relazione si può ottener un duplice effetto: da un lato, la mediazione, spesso sottovalutata dalle parti, acquisterebbe più importanza incentivando l’accordo tra le parti; dall’altro, evitando di compiere due volte la stessa attività, si diminuirebbero i già lunghi tempi processuali.

Di fatto, l’ordinanza si pone in linea con un costante orientamento dottrinale e giurisprudenziale che è favorevole alla produzione in giudizio “delle risultanze di una consulenza tecnica acquisita in un diverso processo, anche di natura penale ed anche se celebrato tra altre parti”[1]. Il Giudicante romano, tuttavia, compie un passo avanti e assimila la relazione peritale della mediazione alla consulenza tecnica resa in altro giudizio, con un derivato ed ulteriore aumento di prestigio della mediazione.

Accertata l’ammissibilità della relazione dell’esperto nel giudizio di cognizione è necessario soffermarsi sulla natura e qualifica giuridica che questa assume.

Il valore e l’efficacia saranno ben diversi rispetto alla CTU espletata in giudizio. E ciò in quanto la prima non facente parte degli strumenti apprestati dal codice di rito per l’acquisizione, formazione e valutazione della prova, perché non disposta, controllata e diretta dal giudice, e perché l’esperto in mediazione non è un ausiliario del giudice con la conseguenza che anche le sue possibilità accertative potrebbero in concreto incontrare dei limiti e ostacoli nei rapporti esterni.

Andrea Giudice

Detta relazione acquista, quindi, in conformità ad una giurisprudenza costante della Suprema Corte, la qualifica di prova atipica con un consequenziale mutamento della sua natura giuridica da elemento di valutazione della prova, nel giudizio di mediazione, ad elemento di prova, nel giudizio di cognizione e, più precisamente, con una valenza di presunzione semplice ex art. 2729 c.p.c. o argomento di prova[2]. E i cui risultati, occorre precisare, sono liberamente e validamente contestabili dalle parti, in ogni contesto.

Una qualificazione giuridica di tal natura comporta che il giudice qualora vorrà disporre una CTU nel giudizio nessuna opposizione potrà essere avanzata in forza di questa atipica produzione. E così si è verificato anche nel caso di specie, ritenendo il giudice di non trarre alcun elemento utile ha disposto la nomina del consulente.

In conclusione, anche ammettendo l’acquisizione della relazione peritale, espletata nella mediazione, nel relativo giudizio di merito questa avrà una valenza assai ridotta rispetto alla relativa CTU andando ad affievolire quel principio di economicità processuale del quale si è parlato prima. Tutto ciò, almeno fino a quando il legislatore non prevederà canali alternativi alla redazione di una consulenza tecnica, come quello di acquisirla da altro giudizio.

08 maggio 2014

(Andrea Giudice – a.giudice@lascalaw.com )



[1] Cass., Sez. Lav., in data 05.12.2008, n. 28855.

[2] Cfr. Cass., Sez. Lav., in data 05.12.2008, n. 28855; Cass., Sez. II, in data 19.09.2000, n. 12422; Cass., Sez. III,  in data 26.09.2000, n. 12763.

 

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