La Corte d’Appello di Milano riapre il dibattito sugli interessi moratori

La Corte d’Appello di Milano riapre il dibattito sugli interessi moratori

La Corte d’Appello di Milano, con l’ordinanza – d’inammissibilità dell’appello – n. 2580/2019 del 27 giugno, torna a fare chiarezza su due temi “cari” al contenzioso bancario degli ultimi anni: il paventato effetto anatocistico insito nell’ammortamento alla francese e l’usurarietà degli interessi di mora.

L’appellante chiedeva la riforma della sentenza di primo grado lamentando, a suo dire, che il Tribunale di Monza non aveva correttamente valutato gli effetti dell’applicazione dell’ammortamento alla francese al contratto di mutuo concessogli e che non aveva riscontrato un supposto superamento del tasso soglia usura da parte degli interessi di mora.

La Corte, per le motivazioni che si diranno di seguito, ha ritenuto invece che il Tribunale avesse correttamente giudicato seguendo una argomentazione logica più che esaustiva e pertanto – in applicazione delle norme entrate in vigore con la riforma del 2012 – ha applicato il cosiddetto “filtro in appello” dichiarando l’impugnazione inammissibile ex artt. 348-bis e ter c.p.c..

Quanto all’ammortamento alla francese, la Corte ha affermato che le doglianze di controparte poggiano su un orientamento giurisprudenziale minoritario, secondo il quale l’effetto anatocistico sarebbe insito nell’algoritmo del piano stesso. Una tale affermazione non può che essere sconfessata, difatti nell’ordinanza si legge “come correttamente statuito dal giudice di prime cure, tale doglianza, che richiama alcuni isolati precedenti giurisprudenziali, nasce da un equivoco nella scomposizione della struttura dei contratti di mutuo con ammortamento alla francese, in quanto tale sistema…risulta in verità predisposto in modo che in relazione a ciascuna rata la quota di interessi ivi inserita sia calcolata non sull’intero importo mutuato, bensì di volta in volta con riferimento alla quota capitale via via decrescente per effetto del pagamento delle rate precedenti…”. Conclude poi la Corte, chiarendo che tale piano risulta essere più oneroso rispetto al piano di ammortamento all’italiana non di certo per il fantomatico anatocismo – non presente – ma piuttosto perché l’esigenza di avere una rata costante lungo tutta la durata impone di diluire maggiormente la restituzione del capitale, il che conduce inevitabilmente ad un maggiore esborso complessivo a titolo di interessi. Tale ricostruzione appare in linea con molte recenti pronunce (ex multis, Tribunale di Rovigo, Sentenza 23/05/2019, n. 352).

Venendo ora al passo dell’ordinanza che si occupa degli interessi moratori, la Corte – confermando quanto affermato dal Giudice di primo grado – riporta chiarezza su uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi mesi: la verifica del superamento del tasso soglia con riferimento agli interessi di mora.

Va premesso che il Tribunale di Monza aveva rigettato la domanda attorea secondo una duplice motivazione: da un lato, riteneva di aderire all’orientamento giurisprudenziale che esclude “in radice la possibilità di applicare la normativa antiusura agli interessi moratori, stante la funzione risarcitoria e non remuneratoria degli interessi moratori che operano nella fase patologica del rapporto…”, dall’altro, – in ogni caso – osservava che il tasso moratorio non superava la soglia usura grazie alla dovuta maggiorazione del 2,1% rispetto al tasso usura utilizzabile per gli interessi corrispettivi, ponendosi in continuità con altre recenti pronunce (Tribunale di Roma, 14 maggio 2019, n. 10160).

La Corte d’Appello di Milano ha ritenuto tale statuizione esente da censura, in quanto “con riguardo all’interpretazione secondo l’intenzione del legislatore, risulta evidente che con il reato all’art. 644 c.p. si è inteso punire chi richiede per un determinato servizio un prezzo esageratamente più alto rispetto al prezzo medio, richiesto dalla generalità delle banche e degli intermediari finanziari iscritti negli elenchi tenuti da Banca d’Italia; è quindi evidente che per valutare il carattere esagerato del prezzo richiesto dal soggetto si deve necessariamente confrontarlo con quello richiesto dalla generalità degli altri operatori per il medesimo servizio ed è evidente che vi è una differenza tra il “prestito fisiologico” e “il prestito patologico” per poi concludere – richiamando le parole del Tribunale – che “il tasso soglia rilevato dalla Banca d’Italia si riferisce ai soli interessi corrispettivi connessi all’erogazione del credito e che il tasso di mora, pur dovendo essere contenuto in una misura ragionevole onde non divenire esso stesso usurario, risulta generalmente, secondo la normale esperienza, di entità superiore rispetto al tasso degli interessi corrispettivi. Ne consegue che, in assenza di un dato normativo univoco, deve ritenersi che l’aumento del 2,1% rispetto al tasso medio stabilito per gli interessi corrispettivi sia idoneo ad individuare un indicatore ragionevole di assenza del carattere usurario in relazione al tasso di mora”.

In conclusione, con l’importante pronuncia in commento, la Corte d’Appello di Milano afferma che l’adozione del piano di ammortamento alla francese non genera – quasi fosse un automatismo, come spesso erroneamente sostenuto – alcun effetto anatocistico e, ancor più, che ai fini della valutazione del superamento del tasso soglia usura da parte degli interessi moratori, di certo non è adottabile la soglia impiegata per i tassi corrispettivi – per l’evidente disomogeneità dei valori – ma occorre operare la maggiorazione del 2,1%.

Corte d’Appello di Milano, 27 giugno 2019, ordinanza n. 2580

Angelo Pasculli – a.pasculli@lascalaw.com

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