Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

La Corte d’Appello di Bologna e i contratti di leasing

La Corte d’Appello di Bologna, aderendo alla linea difensiva della società concedente, ha confermato alcuni principi che hanno grande rilevanza nel contenzioso relativo ai contratti di leasing.

La sentenza, richiamando alcuni noti precedenti (Cass. Civ. ord. n. 30520/2019; Cass. Civ., ord. n. 15200/2018), affronta la questione della mediazione obbligatoria statuendo che il leasing non è soggetto a tale disciplina, non essendo qualificabile alla stregua di un contratto finanziario.

In dettaglio, la Corte territoriale rileva che: “come affermato recentemente dalla S.C. nell’escludere che la condizione di procedibilità relativa all’esperimento della mediazione ex art. 5 d.lgs. n. 28 del 2010 si applichi ai contratti di leasing (Cass., 15200/ 2018; Cass., n. 30520/2019), per contratti per contratti finanziari debbono intendersi esclusivamente quelli aventi ad oggetto gli strumenti finanziari di cui al TUF; quest’ultimo non riguarda invece i contratti finanziari in senso lato quali il leasing, nel quale la finalità di finanziamento è specificamente funzionale all’acquisto ovvero alla utilizzazione dello specifico bene coinvolto”.

La Corte, inoltre, chiarisce quale sia la disciplina applicabile al leasing, escludendo il suo assoggettamento alle norme previste dal D.lgs 58/1998 (TUF).

Sul punto, la sentenza chiarisce infatti che le norme fissate dal TUF trovano applicazione con esclusivo riferimento ai servizi d’investimento di cui il leasing non fa parte: “gli artt. 21-32 TUF si applicano infatti soltanto alla prestazione da parte dei soggetti abilitati di servizi di investimento e accessori, i quali, secondo le definizioni di cui all’art. 1 del TUF medesimo, sono quelli aventi ad oggetto “prodotti finanziari”, ossia strumenti finanziari e ogni altra forma di investimento di natura finanziaria”.

Peraltro, in punto di onere della prova, la sentenza rileva che l’utilizzatore è tenuto a formulare contestazioni specifiche contro la documentazione della società concedente, poiché in difetto le risultanze di tali documenti diventano pacifiche ai sensi dell’art. 115 c.p.c.: “la società oggi appellata ha prodotto un estratto conto nel quale vengono indicate tutte le voci che compongono il credito complessivo, sul quale sono maturati gli interessi di mora contrattualmente previsti per il mancato pagamento dei canoni alla scadenza, nonché l’importo addebitato a titolo di penale risolutiva, al netto di quanto ricavato dalla vendita del bene. Tali voci non sono state mai specificamente contestate e debbono pertanto considerarsi provate ex art. 115 c.p.c.”.

In ultimo, la sentenza affronta il complesso tema della segnalazione a sofferenza dell’utilizzatore.

La Corte, aderendo a noti precedenti giurisprudenziali, afferma che ai fini della segnalazione a sofferenza sono sufficienti il prolungato inadempimento dell’utilizzatore e la rilevante entità del credito, senza che sia necessario provare un effettivo stato di insolvenza: “deve infatti ritenersi che il prolungato inadempimento dell’obbligo di pagamento dei canoni e la rilevante entità del debito complessivo maturato siano sufficienti a legittimare la società di leasing alla segnalazione alla Centrale Rischi del credito nei confronti di […] come “in sofferenza”, poiché ai fini di tale segnalazione la nozione di insolvenza non si identifica con quella propria fallimentare, ma si concretizza in una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come “deficitaria” ovvero come di “grave difficoltà economica” senza alcun riferimento al concetto di incapienza o irrecuperabilità (in tal senso vedi Cass., n. 31921/2019; Cass., n. 26361/2014)”.

I temi affrontati dalla decisione in commento fissano elementi preziosi per il contenzioso leasing e meritano di trovare seguito ai fini di un corretto inquadramento sostanziale e processuale delle vicende rimesse ai nostri Tribunali.

Corte App. Bologna, 11 maggio 2020, n. 1201

Carlo Giambalvo Zilli – c.zilli@lascalaw.com

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