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La Corte Costituzionale si esprime sulla ragionevole durata dei procedimenti regolati della Legge Pinto

La Corte Costituzionale, in linea con la consolidata giurisprudenza europea, ha “sanzionato” la scelta operata dal legislatore del 2012 di equiparare la ragionevole durata dei procedimenti regolati dalla Legge Pinto e strutturati in un unico grado di merito, a quella di ogni altro procedimento civile di cognizione, articolato in due gradi di merito ed inevitabilmente più complesso.

Con la recente sentenza del 19 febbraio 2016, n. 36, la Consulta ha, infatti, testualmente disposto che: “È costituzionalmente illegittimo l’art. 2, comma 2 bis, della l. 24 marzo 2001, n. 89 (c.d. “Legge Pinto”), nella parte in cui considera ragionevole la durata di tre anni per il processo di primo grado previsto dalla medesima legge n. 89 del 2001, per contrasto con gli artt. 111, comma 2 e 117, comma 1, Cost., come integrato dalla giurisprudenza europea all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), in ragione dell’esigenza di maggiore celerità del procedimento volto all’equa riparazione del danno da ritardo di un altro processo. 

La Corte – adita in via incidentale dalla Corte d’appello di Firenze con sei ordinanze di analogo tenore ha, quindi, accolto solo la prima questione e dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2 bis, della menzionata l. n. 89/2001, nella parte in cui si applica alla durata del processo di primo grado previsto dalla medesima legge; ciò in quanto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – in applicazione dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – ha previsto un limite biennale di durata complessiva di tale procedimento. Il procedimento regolato dalla Legge Pinto, infatti, è un procedimento dal carattere semplificato e con finalità intrinsecamente acceleratorie[1], articolato in un unico grado di merito in quanto volto ad accertare fatti di immediata evidenza per cui, la sua ragionevole durata – secondo la giurisprudenza della Corte di Strasburgo – deve risolversi in termini più brevi rispetto a quelli dei più complessi processi ordinari di cognizione.

In particolare, dalla consolidata giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, si evince[2] il principio di diritto secondo cui lo Stato è tenuto a concludere il procedimento volto all’equa riparazione del danno da ritardo, maturato in altro processo, in termini più celeri di quelli consentiti nelle procedure ordinarie in quanto, queste ultime, nella maggior parte dei casi sono più complesse e, comunque, non sono costruite per rimediare ad una precedente inerzia dell’amministrazione della giustizia.

Ne consegue che la disposizione oggetto del vaglio da parte della Consulta, imponendo di considerare ragionevole la durata del procedimento di primo grado regolato dalla L. n. 89/2001, in un termine non eccedente i tre anni, viola gli artt. 111, 2° comma, e 117, 1° comma, Cost., come integrato dall’art. 6, paragrafo 1, della CEDU – il cui significato si forma attraverso il reiterato ed uniforme esercizio della giurisprudenza europea sui casi di specie[3] – in quanto prevede che il solo primo grado possa avere una durata (non superiore ai 3 anni) strutturalmente superiore al limite complessivo biennale adottato dalla Corte europea (e dalla giurisprudenza nazionale sulla base di quest’ultima) per un procedimento regolato da tale legge, che si svolga invece in entrambi i gradi[4].

È stata, invece, ritenuta non fondata dalla Consulta la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2 ter, della richiamata legge Pinto, nella parte in cui determina in un anno la ragionevole durata del giudizio di legittimità previsto dalla legge stessa: “Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 2, comma 2 ter, della l. 24 marzo 2001, n. 89, trattandosi di norma applicabile solo ai procedimenti di cognizione strutturati in tre gradi di giudizio, e non, dunque, al processo regolato dalla Legge Pinto.

Tale termine, infatti, è conforme alle indicazioni di massima provenienti dalla Corte europea e recepite dalla giurisprudenza nazionale, secondo la quale la “durata ragionevole del giudizio di cassazione, anche in un procedimento di equa riparazione, non è suscettibile di compressione oltre il limite più volte ritenuto ragionevole di un anno[5].

Michela Crestanim.crestani@lascalaw.com

[1] Sulla natura del processo regolato dalla legge Pinto e sulla necessità del rispetto di un termine ragionevole, v. ex multis, Cass. 13 aprile 2012, n. 5924, in Giust. civ. Mass., 2012, 4, 499 e, in senso conforme, Cass. 9 maggio 2013, n. 11080, in www.cortedicassazione.it e Cass. 16 ottobre 2012, n. 17086, ibid..
[2] Sentenza n. 49 del 2015
[3] v. Corte cost. 24 ottobre 2007, n. 348 e 349, Foro it., 2008, I, 39 con nota di L. Cappuccio, F. Ghera e R. Romboli
[4] Cass. 13 aprile 2012, n. 5924, cit.; conf. Cass. 24 maggio 2012, n. 8283, in Giust. civ. mass., 2012, 5, 667; Cass. 13 aprile 2012, n. 5925, ibid., 4, 499 e da ultimo, Cass. 10 febbraio 2014, n. 2929 in La Nuova Procedura Civile, 2, 2014
[5] Cass. 13 aprile 2012, n. 5924, cit.
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