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La corrispondenza “riservata” tra avvocati: interviene il C.N.F.

Con la decisione n. 99 depositata il 12 settembre, il Consiglio Nazionale Forense è tornato a delineare l’ambito di operatività del divieto posto dal codice deontologico di produrre la corrispondenza scambiata con il collega qualificata come “riservata personale non producibile in giudizio” o che, in ogni caso, contiene “proposte transattive”.

A tale proposito, il Consiglio Nazionale Forense ha precisato che “la corrispondenza riservata non può mai essere prodotta direttamente in giudizio dal difensore nemmeno quando la stessa risulta depositata in altro giudizio civile o penale, in questi casi il professionista, per non incorrere nella violazione deontologica di cui all’attuale art. 48 C.D.F., deve avanzare richiesta al giudice di acquisizione al procedimento in essere, del fascicolo giudiziario in cui la corrispondenza risulta esser stata depositata”.

Con una segnalazione depositata presso il COA territorialmente competente, un avvocato chiedeva che venisse accertato la sussistenza di un illecito disciplinare asseritamente perpetrato da un altro avvocato poiché quest’ultimo, una volta terminato il proprio mandato nei confronti del cliente, aveva consegnato al curatore fallimentare tutta la corrispondenza avuta con il legale di controparte, inclusa una lettera espressamente qualificata come “riservata”.
Il Consiglio allertava l’avvocato, invitandolo a fornire chiarimenti che venivano effettivamente resi.
Esaminata attentamente la vicenda, il Consiglio Nazionale Forense ravvisava l’intervenuta violazione del codice deontologico ed irrogava all’avvocato la sanzione dell’avvertimento.
L’avvocato presentava ricorso che, però, veniva rigettato.

A parere del Consiglio Nazionale Forense, infatti, la fattispecie deve essere ricondotta, senza alcun dubbio, nella norma di cui all’art. 28 del vecchio codice deontologico, ora integralmente trasfuso nell’art. 48 del nuovo, che vieta di produrre o riferire in giudizio:
– sia la corrispondenza espressamente qualificata come riservata;
– sia la corrispondenza, per quanto non provvista della clausola di riservatezza, in cui sono riportate ipotesi transattive della controversia.

Il Consiglio ha spiegato che tale norma è posta “a salvaguardia del corretto svolgimento dell’attività professionale (…) e mira a tutelare la riservatezza del mittente e la credibilità del destinatario, nel senso che il primo, quando scrive ad un collega di un proposito transattivo, non può e non deve essere condizionato dal timore che il contenuto del documento possa essere valutato in giudizio contro le ragioni del suo cliente; mentre, il secondo, deve essere portatore di un indispensabile bagaglio di credibilità e lealtà che rappresenta la base del patrimonio di ogni avvocato”.

Ne deriva che è sempre precluso all’avvocato la possibilità di produrre in giudizio la corrispondenza intercorsa tra i difensori delle parti in causa sia quella qualificata come riservata (e ciò a prescindere dal suo contenuto) e sia quella (pur non qualificata come riservata) contenente proposte transattive, a nulla rilevando le modalità di come l’avvocato sia venuto in possesso della corrispondenza riservata (ricevuta direttamente da precedente difensore o dal cliente).

Consiglio Nazionale Forense, 12 settembre 2018, n. 99

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

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