La rivincita del promissario acquirente

La consulenza tecnica del Pubblico Ministero vale di più di quella dell’imputato

“Considerato che il Pubblico Ministero, nello svolgimento della propria attività, ricerca anche elementi probatori a favore dell’indagato e che questo suo modus agendi trasla indefettibilmente sull’attività del proprio consulente tecnico, se ne evince che l’elaborato di questi non sarà paragonabile, in punto di valenza probatoria, a quello redatto dai consulenti delle altre parti private”.

La Corte di Appello confermava la condanna dell’imputato intervenuta in primo grado per il reato di cui agli artt. 44 lett. c), 71 e 95 d.p.r. 380/2001 e 181 d. lgs. 42/2004 per aver realizzato in zona paesaggisticamente vincolata la ricostruzione con demolizione di un preesistente manufatto rurale in assenza di permesso di costruire e di autorizzazione paesaggistica.

L’imputato, per il tramite del proprio difensore, proponeva ricorso per cassazione articolando un unico motivo di doglianza per violazione di legge, sostenendo l’omessa verifica delle effettive difformità delle opere realizzate, accertata sulla base di una mera ricognizione visiva, senza che fosse stata prestata alcuna attenzione alla consulenza di parte che documentava l’annoverabilità dell’intervento edilizio fra quelli di ristrutturazione di un manufatto agricolo, cui era stata apoditticamente preferita la perizia disposta dal PM.

Il Supremo Collegio, nel dichiarare inammissibile il ricorso, sottolinea come, in detta doglianza, il ricorrente non chiarisca quali diversi accertamenti fossero stati svolti dal proprio consulente tecnico per arrivare a definire l’intervento edilizio in esame come opera di “restauro e risanamento conservativo”, tale da escludere la demolizione della struttura rurale preesistente; né affronta in alcun modo il punto cui la Corte di Appello ha correttamente conferito rilievo dirimente, ovverosia la modifica della sagoma originaria, limitandosi a riportare le difformi conclusioni del proprio consulente di parte, che non risultano tuttavia supportate dal necessario fondamento. “La sola generica conclusione del consulente della difesa non è certamente sufficiente a superare le avverse conclusioni di altra indagine, occorrendo invece che, alle argomentazioni specifiche del perito o del consulente tecnico del pubblico ministero che la Corte ha privilegiato in ragione dell’avvenuto esame dello stato dei luoghi, vengano contrapposte specifiche controargomentazioni tecniche o scientifiche.”.

La Suprema Corte si spinge, però, ancora più avanti teorizzando che poiché, sulla scorta dell’art. 358 c.p.p., il Pubblico Ministero svolge la propria attività investigativa con l’obiettivo di ricercare anche elementi probatori favorevoli all’imputato, tale fine si riverbera sull’attività del consulente tecnico da lui nominato che, peraltro, riveste -a differenza del consulente tecnico delle parti private- la qualifica di pubblico ufficiale ed il proprio elaborato conclusivo, pur non potendo essere equiparato alla perizia, è comunque “il frutto di un’attività di natura giurisdizionale che perciò non corrisponde appieno a quella del consulente tecnico della parte privata. Gli esiti degli accertamenti e delle valutazioni del consulente nominato ai sensi dell’art. 359 cod. proc. pen. rivestono perciò, proprio in ragione della funzione ricoperta dal Pubblico Ministero che, sia pur nell’ambito della dialettica processuale, non è portatore di interessi di parte, una valenza probatoria non comparabile a quella dei consulenti delle altre parti del giudizio.”.

Cass., Sez. III Pen., 18 febbraio 2020, n. 16458

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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