La rivincita del promissario acquirente

La condotta violenta del marito non vale a giustificare l’infedeltà della moglie

La violazione del dovere di fedeltà coniugale è considerata una violazione particolarmente grave e sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione, sempre che, valutato il comportamento complessivo di entrambi i coniugi, risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, e, dunque, la convivenza sia meramente formale.

Per la Corte di Cassazione vi è infedeltà quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui la relazione extraconiugale è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, essa “dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e/quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge”.

Chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda di addebito, deve provare la mancanza del nesso di causalità tra l’infedeltà e l’intollerabilità della convivenza, ovvero l’anteriorità della crisi matrimoniale all’infedeltà.
Nel caso di specie la moglie ricorrente, nel negare il nesso causale tra presunto tradimento e crisi del rapporto coniugale, deduceva la gravità della condotta del marito, denunciando violazioni di legge, da parte di quest’ultimo.

Tuttavia, pur essendo inammissibili le aggressioni fisiche del marito, la condotta di quest’ultimo non vale a giustificare la violazione dell’obbligo di fedeltà in capo alla moglie.

La separazione, infatti, non è stata determinata dalla mediocrità della convivenza, ma sia dalla relazione extraconiugale della moglie sia dalla condotta violenta del marito, in ragione della quale la separazione gli era stata già addebitata.

 Cass., Sez. VI Civile – 1, 19 febbraio, ordinanza n. 3923

Serena Cefola – s.cefola@lascalaw.com

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