Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

La clausola floor nei contratti di finanziamento

Il Tribunale di Monza ha ritenuto infondato un ricorso proposto ex art. 615 II comma c.p.c., nel quale veniva eccepita la non debenza degli interessi relativi ad un finanziamento per superamento del tasso soglia, nonché – con riguardo al tasso di interesse corrispettivo – l’illegittima applicazione della clausola floor e, infine, la mancata indicazione del TAEG nel contratto.

Come noto, con la c.d. clausola floor gli istituti di credito si garantiscono una minima redditività nelle operazioni di finanziamento, anche in presenza di un futuro forte ribasso dei tassi.

In buona sostanza lo scopo della banca inserendo, in un contratto di mutuo, detta clausola, è quello di garantirsi, in ogni caso, un rendimento minimo in termini di interessi corrisposti dal mutuatario.

Il Tribunale di Monza, nella pronuncia in esame, ha ripercorso il dibattito dottrinale in ordine alla natura vessatoria o meno di tale clausola, specie in assenza di una clausola eguale e contraria (indicata come clausola “cap” o del tasso massimo applicabile).

Orbene, nel ritenere che “senz’altro deve essere considerata clausola valida”, poiché clausola non riconducibile a quelle definite come vessatorie, a mente dell’art. 1341 c.c., il Giudice – con riguardo al relativo giudizio ai sensi degli artt. 33 e 34 del codice del consumo – ha, invece, osservato quanto segue.

Ai fini della delibazione della natura vessatoria della clausola inserita in un contratto di cui sia parte un consumatore, occorre accertare se la stessa in base alla regola generale di cui all’art. 33 I comma codice del consumo “malgrado la buona fede”, determini a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”.

Sul punto, “soprattutto alla luce dei criteri dettati dallo stesso art. 33 cit. e dell’art. 34 II comma, emerge come il legislatore abbia escluso un qualsiasi intervento avente consistenza di sindacato di “giustizia” della clausola in punto oggetto  ed adeguatezza del corrispettivo, soprattutto laddove si statuisce che la clausola non può essere considerata vessatoria nell’ipotesi in cui attenga alla determinazione dell’oggetto o all’adeguatezza del corrispettivo limitandosi ad imporre la chiarezza e la comprensibilità della clausola”.    

Prosegue il Tribunale monzese affermando che “neppure potrebbe sostenersi la natura vessatoria della clausola in base ad una delle ipotesi in cui tale qualità deve ritenersi presunta, sia perché la stessa tale natura non riveste ai sensi dell’art. 34 II comma, sia perché ulteriormente, escluso il ricorrere delle altre ipotesi fra quelle elencate dall’art. 33 II comma segg.”

Dunque, a prescindere da un giudizio generale sulla vessatorietà della clausola, l’accertamento della stessa a norma dell’art. 34 sopra richiamato, come pure in ragione delle precisazioni già rilevabili nello stesso art. 33, impediscono di qualificare come vessatoria una clausola riguardante la variazione del tasso di interesse, se questa è formulata in modo chiaro e comprensibile.

Sempre il richiamato dibattito dottrinale attiene alla qualifica del contratto contenente la clausola floor come “derivato implicito”, con conseguente rilievo dell’art. 21 TUF.

Tuttavia, anche se si volesse giungere a detta conclusione, secondo il Giudice dell’esecuzione “non risulta inficiata nella specie la validità della clausola dall’applicabilità dell’art. 21 TUF, in base al quale sorge in capo al prestatore di servizi finanziari l’onere di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza posto che, nella specie, l’effetto della clausola è oltremodo chiaro e indicato nell’ambito della regolamentazione pattizia.”

 Quanto, infine, alle eccezioni del ricorrente inerenti la mancata indicazione del TAEG nel contratto, il Tribunale ha affermato che, detta indicazione, è richiesta in base alla disciplina vigente all’epoca di stipulazione dell’accordo, con esclusivo riferimento ai contratti di credito al consumo, come disciplinati dagli artt. 40-43 del codice del consumo e 121 segg. TUB.

Trattasi, tuttavia, di ipotesi estranee alla fattispecie de qua, “costituita da mutuo ipotecario per l’acquisto di prima casa e, come tale, descrittivamente e specificamente esclusa dalla nozione di contratto di credito al consumo.”

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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