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La chiusura del fallimento in pendenza di giudizi recuperatori

Con la pronuncia del 16.06.2016, il Tribunale di Mantova ha chiarito qualche dubbio sorto dopo la novella dell’art. 118 L.F., introdotta dall’art. 7 del D.L. 27 giugno 2015 n. 83, convertito in L. 6 agosto 2015 n. 132, in vigore dal 21 agosto 2015 per tutti i fallimenti – anche già pendenti a quella data.

In particolare il terzo periodo del nuovo secondo comma dell’art. 118 L.F. prevede che “La chiusura della procedura di fallimento nel caso di cui al n. 3) non è impedita dalla pendenza di giudizi, rispetto ai quali il curatore può mantenere la legittimazione processuale anche nei successivi stati e gradi del giudizio, ai sensi dell’art. 43”.

Detta norma imprime una regola accelleratoria alla durata delle procedure fallimentari. La novità legislativa è, infatti, dovuta all’esigenza di evitare (o quanto meno ridurre) le condanne ex lege Pinto, conseguenti all’eccessiva durata del processo di fallimento.

Si potrebbe obiettare che chiudendo formalmente il processo il problema non trovi, comunque, una reale risoluzione in quanto, il senso della legge Pinto, è quello di sanzionare il ritardo nel conseguire il risultato utile del processo che, nel fallimento, è la concreta soddisfazione del credito nel riparto finale.
In realtà, proprio dal punto di vista formale nell’ottica del conseguimento di tale risultato utile del processo, la nuova norma raggiunge il suo scopo affermando il principio per cui, se la soddisfazione del credito è avvenuta tardivamente – anche all’esito del riparto post-fallimentare – ciò non è però dovuto alla intrinseca eccessiva durata del processo fallimentare, ma a fattori ad esso esterni, valutabili in altra e diversa sede.

L’istituto della c.d. chiusura anticipata non è, in ogni caso, nuovo all’ordinamento concorsuale; infatti esso era già previsto dall’art. 92, comma VII, T.U.B., in relazione alle procedure di liquidazione coatta amministrativa “in pendenza di ricorsi e giudizi”, che possono chiudersi – mantenendo la legittimazione processuale dei commissari liquidatori – “anche nei successivi stati e gradi dei giudizi”.

È, dunque, immanente al sistema, e quindi compatibile con esso, la sopravvivenza degli organi fallimentari allo scopo di realizzare appieno le finalità liquidatorie della procedura fallimentare, che va quindi intesa non soltanto come un complesso di norme processuali e sostanziali di un sistema chiuso e fine a sé stesso – il che potrebbe portare, in ipotesi, a negare l’ultrattività degli organi fallimentari fuori dei casi espressamente previsti – ma come uno strumento di attuazione del concorso dei creditori, dotato di ultrattività fino alla piena realizzazione dei suoi scopi e sempre entro i limiti della legge fallimentare.

All’interno del dibattito tra applicazione restrittiva o espansiva della citata novella legislativa si colloca il summenzionato arresto del Tribunale di Mantova secondo il quale un fallimento non può chiudersi in pendenza di giudizi relativi a beni del fallito. Infatti, si legge testualmente, “che il perimetro dei giudizi attivi per la curatela pendenti che consentono la chiusura della procedura deve essere limitato alle azioni mediante cui possono essere recuperate somme ma non beni”.

Ciò in quanto, nel caso di pendenza di giudizi relativi a beni del fallito, all’esito positivo del giudizio seguirebbe un’attività liquidatoria per la quale sarebbe poi necessario procedere ai sensi dell’art. 104 ter, comma VI, L.F. e per la quale, tra l’altro, sarebbe altresì necessaria l’approvazione del comitato dei creditori, ove costituito.

A conferma di ciò, si colloca anche il testo dell’art. l’art. 116 L.F. il quale prevede che il curatore presenti il rendiconto solo dopo che sia “compiuta la liquidazione dell’attivo”, cioè dopo aver monetizzato tutti i beni del fallito.

In altre parole il fallimento si chiuderebbe solo dopo aver liquidato tutti i beni del fallito, e non sarebbe dunque concepibile una liquidazione di beni del fallito oltre la sua chiusura.

Michela Crestanim.crestani@lascalaw.com

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