Chi è onerato della prova non usi gli scalari

La Cassazione torna a parlare di usura

Ancora una volta, la Suprema Corte è intervenuta in materia di usura, cercando di portare chiarezza e di risolvere una delle questioni ancora dibattute tra la giurisprudenza di merito, ossia quella relativa alla rilevanza degli interessi moratori ai fini della verifica del rispetto del tasso soglia e alle conseguenze dell’usurarietà.

Come noto il problema si è posto, perché le Istruzioni dettate da Banca d’Italia escludono gli interessi di mora dalla verifica in punto usura, stante la loro natura prettamente sanzionatoria. Di contro, l’art. 1815 c.c. parla genericamente di “interessi”, senza operare distinzione alcuna tra le diverse tipologie.

Ciò ha portato i giudici di merito a conclusioni opposte: da un lato, infatti, vi è chi ritiene che effettivamente gli interessi di mora sfuggano alla verifica di usurarietà, mentre, dall’altro lato, parte dei giudici reputa che anche gli interessi moratori debbano includersi nel calcolo.

La Suprema Corte, intervenendo sul punto, ha osservato come, invero, i giudici di legittimità abbiano “da tempo enunciato il principio per cui l’art. 1 della legge n. 108 del 1996, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuito debbono essere considerati usurati, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratori”.

Se dunque tale principio può dirsi ormai confermato da diverse decisioni della Corte di Cassazione, più rilevante è, invece, l’ulteriore affermazione contenuta nella sentenza in commento, ai sensi della quale l’eventuale usurarietà degli interessi di mora non si può ripercuotere sugli interessi corrispettivi, stante la diversa natura e finalità dei medesimi.

I Giudici pervengono a tale conclusione attraverso una attenta interpretazione dell’art. 1815, II c.c., precisando peraltro che tale norma fa essenzialmente riferimento agli interessi corrispettivi e non a quelli moratori (che trovano la loro fonte nell’inadempimento).

Infatti, la Suprema Corte chiarisce che è necessario considerare la singola disposizione pattizia e non il contratto nella sua interezza.

Si legge al riguardo: “l’art. 1815, secondo comma, c.c., nel prevedere la nullità della clausola relativa agli interessi, ove questi siano usurari, intende per clausola la singora disposizione pattizia che contempli interessi eccedenti il tasso-soglia, indipendentemente dal fatto che essa esaurisca la regolamentazione dell’entità degli interessi dovuti in forza del contratto. Pertanto, la sanzione dell’art. 1815, secondo comma, c.c. non può che colpire la singola pattuizione che programmi la corresponsione di interessi usurati, non investendo le ulteriori disposizioni che, anche all’interno della medesima clausola, prevedano l’applicazione di interessi che usurari non siano”.

In altre parole, “ove le parti abbiano convenuto un saggio di interesse inferiore al tasso soglia, la relativa disposizione è valida, e non vi è motivo di ritenere che ad essa si comunichi la patologia negoziale che colpisce altra pattuizione (…) e se non si comunica l’invalidità, non si comunica nemmeno l’inefficacia (data dalla non spettanza di interessi) che da quell’invalidità si origina.

In conclusione, qualora in un contratto di finanziamento siano stati pattuiti interessi di mora usurari, la sanzione della gratuità prevista dal legislatore non potrà colpire gli interessi corrispettivi, che siano invece inferiori alla soglia usura.

Cass., Sez. III Civ.,  13 settembre 2019, ordinanza n. 22890

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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