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La Cassazione si pronuncia in tema di responsabilità del service provider

La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata in favore di RTI-Reti Televisive Italiane, accogliendo gran parte del ricorso da questa proposto nei confronti di Yahoo! Italia, e con l’occasione è intervenuta sulla complessa questione del regime di responsabilità attribuibile agli internet service provider.

La sentenza n. 7708 della Suprema Corte, depositata il 19 marzo scorso, si inserisce in una serie di recenti pronunce che si sono dilungate sulla natura dell’attività e sulle responsabilità degli internet service provider, fornendo le linee guida utili a delimitare l’ambito di applicazione delle disposizioni comunitarie vigenti in materia. Già in precedenza ci eravamo occupati di questi temi, con riferimento alle pronunce dei casi RTI contro Megavideo e RTI contro Vimeo.

Nel caso in questione, RTI aveva citato Yahoo! Italia per la diffusione non autorizzata sulla propria piattaforma di filmati tratti da vari programmi televisivi di titolarità di RTI, in violazione dei diritti d’autore di questa. Il primo grado si era risolto con una pronuncia di inibitoria e condanna di Yahoo! Italia, quale hosting provider attivo, per non aver rimosso tempestivamente i contenuti illeciti, sulla base della legge sulla responsabilità dei provider di cui al D.Lgs. n. 70/2003 (in recepimento della direttiva 2000/31/CE).

Successivamente, a fronte del ricorso della società americana, la Corte d’Appello aveva sorprendentemente ribaltato la pronuncia milanese, ritenendo che Yahoo! Italia potesse beneficiare dell’esenzione di responsabilità prevista dall’articolo 16 del suddetto decreto, in quanto service provider cd. passivo. La sentenza aveva, inoltre, precisato che un service provider non può essere ritenuto responsabile della rimozione tardiva di contenuti illeciti qualora la richiesta di rimozione pervenutagli non sia stata “qualificata, puntuale e circoscritta”.

Ora, la Suprema Corte ha cassato la pronuncia di secondo grado impugnata da RTI e si è soffermata sulla definizione di hosting attivo, precisando che rientrano in tale definizione “tutti i casi che esulano da un’attività dei prestatori di servizi della società dell’informazione che sia di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, con la conseguenza che detti prestatori non conoscono né controllano le informazioni trasmesse o memorizzate dalle persone che forniscono servizi”. Pertanto, si può parlare di hosting attivo quando sia ravvisabile una “condotta di azione che completa e arricchisce in modo non passivo la fruizione dei contenuti”.

La Cassazione fa poi un ulteriore passo avanti, individuando gli “indici di interferenza” che il giudice di merito deve accertare in concreto per poter definire un hosting provider come “attivo”, ovvero “le attività di filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione aggregazione, valutazione, uso modifica, estrazione o promozione dei contenuti, operate mediante una gestione imprenditoriale del servizio, come pure l’adozione di una tecnica di valutazione comportamentale degli utenti per aumentarne la fidelizzazione”.

Infine, i giudici di legittimità hanno affermato che i casi di esclusione di responsabilità previsti all’art. 16 del D.Lgs. n. 70/2003, devono essere applicati soltanto nei confronti dei prestatori di servizi di hosting che non rivestono un ruolo attivo, allineandosi così con la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea.

Per l’effetto, con riferimento al caso concreto, è stato confermato l’inquadramento dell’attività svolta dalla piattaforma di Yahoo! Italia nella fattispecie astratta dell’art. 16 del D.Lgs. n. 70/2003 (art. 14 della Direttiva 2000/31/CE), come operato dalla sentenza impugnata, che escludeva fossero ravvisabili i requisiti del cd. hosting attivo.

Ciò per cui la sentenza di Cassazione si discosta, invece, dalla sentenza impugnata è il principio per cui è comunque ascrivibile in capo al service provider un obbligo di rimozione, ove questo sia venuto a conoscenza dell’illecito. L’hosting provider risulta, quindi, in ogni caso responsabile quando sia venuto a conoscenza del contenuto illecito condiviso per il tramite della propria piattaforma e non abbia provveduto a rimuoverlo.

Inoltre, la Suprema Corte rileva che il sorgere dell’obbligo di rimozione non richiede una diffida in senso tecnico, ma che a tal fine è sufficiente una comunicazione effettuata con qualunque mezzo ordinario idoneo ad assicurare al service provider la conoscibilità della lesione del diritto di un terzo.

La comunicazione dell’altrui illecito, quale elemento costitutivo della responsabilità del prestatore stesso, potrà quindi essere genericamente riferita al titolo dell’opera ovvero contenere la precisa indicazione dell’url, allorché sia idonea a consentire al destinatario la comprensione e l’identificazione di contenuti illeciti.

In conclusione, si può dire che questa sentenza ben si inserisce nel solco tracciato dalla nuova Direttiva europea sul Diritto d’Autore recentemente approvata dal Parlamento Europeo. Il testo infatti, elencando le finalità che lo stesso mira a conseguire, menziona al considerando n. 2 l’attuale esigenza di “dettare norme relative all’esercizio e all’applicazione dell’uso di opere e altro materiale sulle piattaforme dei prestatori di servizi online”. E ancora al considerando n. 38 dà atto che “Per garantire il funzionamento di qualsiasi accordo di licenza, i prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno pubblico accesso ad un grande numero di opere o altro materiale protetti da diritto d’autore caricati dagli utenti, dovrebbero adottare misure appropriate e proporzionate per garantire la protezione di tali opere o altro materiale, ad esempio tramite l’uso di tecnologie efficaci”.

Cass., Sez. I Civ., 19 marzo 2019, n. 7708

Francesca Leoni – f.leoni@lascalaw.com

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