La Cassazione dice no alla retroattività dell’equo compenso

Con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ha escluso la natura interpretativa e il valore retroattivo dell’art. 13 bis L. n. 247 del 2012, introdotto – in sede di conversione del D.L. n. 148 del 2017 – dalla L. n. 172 del 2017 e modificato dalla L. n. 205 del 2017.

Nella fattispecie, l’avvocato di un Fallimento presentava ricorso in Cassazione avverso il decreto con il quale il Tribunale aveva respinto il reclamo proposto dallo stesso avvocato, ai sensi dell’art. 26 l.f., avverso il provvedimento con il quale il Giudice Delegato del Fallimento aveva liquidato il compenso del legale per l’attività professionale svolta in relazione ad una causa civile definita con sentenza del 6 novembre 2015.

Il Tribunale, respingendo il reclamo, aveva già rilevato che tra il professionista ed il Fallimento era stata stipulata, anteriormente all’entrata in vigore dell’art. 13 bis L. n. 247 del 2012, una Convenzione relativa al compenso e che doveva ritenersi irrilevante che il compenso pattuito fosse poi risultato inferiore all’importo riconosciuto alla Curatela, a titolo di spese di lite, nell’ambito del dispositivo della predetta sentenza.

La Cassazione ha parimenti ritenuto il ricorso del legale infondato.

La Suprema Corte – evidenziato come l’art. 2233 c.c. attribuisca, tra i vari criteri di determinazione del compenso, primaria rilevanza alla Convenzione che sia intervenuta tra le Parti – ha affermato che, proprio in considerazione dell’esistenza di una valida Convenzione sul compenso (espressione dell’autonomia contrattuale delle Parti stipulanti), la mera condanna alle spese contenuta nella sentenza e afferente al rapporto tra parte vittoriosa e parte soccombente non costituisce un ulteriore titolo spendibile nel rapporto tra parte vittoriosa e difensore, non essendo idonea a superare e sostituire l’avvenuta pattuizione del compenso.

Ancora, la Cassazione – precisato che l’art. 13 bis L. n. 247 del 2012 non può essere invocato con riferimento a Convenzioni aventi ad oggetto lo svolgimento di attività professionale in favore di procedure fallimentari – ha colto comunque l’occasione per affermare come detta norma non abbia natura interpretativa, a fronte della mancanza sia di un’espressa previsione concernente la qualità di norma di interpretazione autentica sia del presupposto dell’incertezza applicativa di norme anteriori.

Da cui l’affermata esclusione, da parte della Suprema Corte, del valore retroattivo dell’art. 13 bis L. n. 247 del 2012, rispetto ad una Convenzione stipulata anteriormente. Così come, secondo la Cassazione, l’assunto per cui la retroattività deriverebbe dall’avvenuta eliminazione della clausola di decadenza in ordine alla proposizione dell’azione di nullità della Convenzione entro il termine di ventiquattro mesi dalla relativa sottoscrizione è del tutto infondato, proprio in considerazione della irretroattività della versione originaria della norma.

La Suprema Corte ha fatto così finalmente chiarezza sulla questione del regime intertemporale della nuova disciplina sull’equo compenso. Una questione attuale e sinora ampiamente discussa nelle aule dei Tribunali, proprio a fronte della mancanza di un’espressa norma transitoria.

Cass., Sez. I, 17 aprile 2020, n. 7904

Roberta Maria Pagani – r.pagani@lascalaw.com

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