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La Cassazione conferma se stessa: è il correntista a dover provare la natura delle rimesse

A breve distanza dall’ordinanza della Corte di Cassazione del 11 marzo 2020 – commentata su Iusletter a questo link – torniamo nuovamente in tema di prescrizione con un ulteriore contributo della Suprema Corte di poco successivo.

La Corte, con una nuova recente sentenza ha ribadito che “… e’ onere del cliente provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel versamento come mero ripristino della disponibilita’ accordata” (Cass. n. 2660 del 30/01/2019) e che sposti per quel versamento l’inizio del decorso della prescrizione al momento della chiusura del conto (Cass. 27704 del 30/10/2018) …

Nel frangente la corte territoriale aveva accolto l’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca, con comprensibili conseguenze in punto di rideterminazione del saldo di conto corrente oggetto di causa.

Con il primo motivo di ricorso, dunque, i ricorrenti hanno lamentato che la Corte di appello, accogliendo l’eccezione di prescrizione della banca in merito ai versamenti effettuati dai correntisti e qualificati come solutori, avesse violato l’art. 2697 c.c., in combinato disposto con l’art. 2935 c.c. ed i principi di onere della prova regolanti la prescrizione; hanno sostenuto che la banca non avesse mai dedotto, né allegato che i versamenti oggetto del giudizio avessero funzione diversa da quella ripristinatoria, né indicato le circostanze da cui avrebbe potuto desumersi la natura solutoria di tali pagamenti.

Sotto questo profilo il Supremo Collegio ha però rievocato il recente approdo delle Sezioni Unite che, come è noto, con sentenza n. 15895 del 13.6.2019, a risoluzione di contrasto, hanno affermato che “L’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da un’apertura di credito, e’ soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto e la dichiarazione di volerne profittare, senza che sia anche necessaria l’indicazione di specifiche rimesse solutorie“.

Tuttavia, così decidendo, è rimasta obiettivamente aperta la questione concernente la prova. In altri termini, se l’intervento ha avuto il merito di appianare i contrasti in ordine al grado di raffinatezza dell’eccezione della banca, nulla ha chiarito circa la ripartizione dell’onere della prova della natura del conto e dell’individuazione della qualità delle rimesse.

La sentenza n. 9462, nel solco della citata ordinanza n. 7013, ha dato continuità ad alcuni arresti di legittimità precedenti secondo cui “In materia di contratto di conto corrente bancario, poiche’ la decorrenza della prescrizione e’ condizionata al carattere solutorio, e non meramente ripristinatorio, dei versamenti effettuati dal cliente, essa matura sempre dalla data del pagamento, qualora il conto risulti in passivo e non sia stata concessa al cliente un’apertura di credito, oppure i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento; ne discende che, eccepita dalla banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito per decorso del termine decennale dal pagamento, – come in esordio – e’ onere del cliente provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel versamento come mero ripristino della disponibilita’ accordata” (Cass. n. 2660 del 30/01/2019) e che sposti per quel versamento l’inizio del decorso della prescrizione al momento della chiusura del conto (Cass. 27704 del 30/10/2018), rimarcando altresi’ che la natura ripristinatoria o solutoria dei singoli versamenti e’ evincibile dagli estratti-conto, della cui produzione in giudizio e’ onerato il cliente, sicche’ la prova degli elementi utili ai fini dell’applicazione della prescrizione e’ nella disponibilita’ del giudice che deve decidere la questione (Cass. n. 18144 del 10/07/2018).

La decisione impugnata aveva dato applicazione a detti principi ed è risultata, dunque, immune da vizi.

Cass., Sez. I, 22 maggio 2020, n. 9462

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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