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Uno sguardo “a tutto campo” sui temi caldi del diritto bancario

Come anticipato, torniamo su questa interessantissima decisione del Tribunale di Sondrio che dopo aver affrontato nella sua prima parte i temi dell’onere della prova a carico del correntista e la validità dei contratti bancari monofirma (cfr. Iusletter del 25 giugno scorso) si è poi occupata di numerosi temi, offrendo una concreta esemplare applicazione del principio affermato nella prima parte sul tema della ripartizione dell’onere di allegazione e di prova.

Innanzitutto, il Tribunale ha affrontato la censura relativa alla legittimità dello ius variandi e ha innanzitutto ricordato che lo ius variandi costituisce, come noto, una facoltà esercitabile a valle di una preventiva pattuizione delle condizioni contrattuali, rispettosa dei requisiti formali prescritti dalla legge sulla trasparenza bancaria. Tale facoltà – ha ricordato il Tribunale – presuppone, anche concettualmente, la stipulazione di un contratto contenente l’indicazione delle condizioni economiche applicabili al rapporto, in assenza della quale non può ritenersi validamente operante il meccanismo di modifica unilaterale previsto dall’art. 118 T.U.B.

Sulla scia di quanto già osservato in tema di onere di allegazione e di prova in capo all’attore, la sentenza in esame ha quindi osservato che, verificata la regolarità a monte della previsione di tale facoltà in capo alla banca e non avendo parte opponente allegato quali sarebbero state le specifiche proposte di modifica in peius da ritenersi illegittime, né il motivo della ritenuta illegittimità, la doglianza non può che essere disattesa, sottolineando ancora una volta la rilevanza di tale fondamentale principio processuale.

Anche le contestazioni relative alla CMS sono state giudicate generiche e quindi irricevibili in quanto carenti di specifica allegazione riferibile alle fattispecie contrattuali oggetto di causa.

Quanto alle censure mosse in punto di capitalizzazione trimestrale degli interessi, il Tribunale ha correttamente rilevato come tutti i contratti oggetto di causa, vale a dire il conto corrente ordinario e le aperture di credito ipotecarie in conto corrente, fossero stati stipulati successivamente all’entrata a regime della nuova disciplina dell’anatocismo bancario (D.lgs. 4 agosto 1999, n. 342, recante disposizioni integrative e correttive del Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e prevedessero la reciprocità della capitalizzazione degli interessi attivi e passivi. Da qui se ne è fatta discendere la conclusione che la disciplina negoziale è dunque “pienamente rispettosa del principio della pari periodicità di cui agli artt. 120, comma 2, T.U.B. e 2 della delibera CICR del 9 febbraio 2000”.

Interessante è anche il rilievo della motivazione per cui in ordine all’eccezione per cui vi sarebbe stato, in concreto, una sostanziale mancanza di reciprocità, a causa dell’esigua entità degli interessi creditori: in proposito il Tribunale ha ritenuto infondata la doglianza in quanto rivolta “a sovrapporre piani di indagine che non possono essere confusi” ed ha sottolineato che “la menzionata normativa di settore impone la condizione di reciprocità in riferimento al solo meccanismo di capitalizzazione laddove, di contro, la misura degli interessi, ove contrattualmente pattuiti (come risulta nel caso di specie), rientra nella piena disponibilità delle parti nell’esercizio delle relativa autonomia negoziale”.

La decisione in esame affronta poi anche il tema della lamentata invalidità per indeterminatezza dei tassi che deriverebbe dalla pretesa “illiceità dell’indice Euribor”, con conseguente ritenuta nullità del contratto per contrarietà all’ordine pubblico economico.

In proposito, ha osservato il tribunale, la più attenta giurisprudenza insegna che spetta comunque alla parte attrice allegare e dimostrare la concreta incidenza sul singolo contratto dell’applicazione del tasso euribor richiamato, nonché soprattutto l’adesione della banca convenuta all’asserita intesa anticoncorrenziale vietata dalla normativa europea, e in particolare dall’art. 101 TUE, recepita nel diritto nazionale dalla L. n. 287/1990 (c.d. cartello interbancario) e che, mancando tale allegazione e prova, tali doglianze non possono che giudicarsi infondate.

Altro tema esaminato in questa decisione è la pretesa indeterminatezza dei tassi sotto il profilo della impossibilità di predeterminare il parametro di indicizzazione del finanziamento quando il riferimento è a tassi interbancari come l’Euribor. In proposito viene richiamato l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui “la convenzione relativa agli interessi ultralegali soddisfa la condizione posta dall’art. 1284 c.c., comma 3, allorchè, pur non recando l’indicazione in cifra del tasso di interesse, contenga il richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purchè oggettivamente individuabili, funzionali alla concreta determinazione del tasso stesso” (così, ex multis: Cass. 30 marzo 2018, n. 8028; Cass. 23 febbraio 2016, n. 3480; Cass. 27 novembre 2014, n. 25205; Cass. 29 gennaio 2013, n. 2072; Cass. 19 maggio 2010, n. 12276).

Sempre in argomento, molto importante è poi il richiamo alla recente sentenza n. 17110/2019 con la quale la Suprema Corte ha precisato come la possibilità di una determinazione per relationem sia confermata anche dallo stesso comma 6 dell’art. 117 t.u.b. il quale, “nel proibire che le clausole facciano rinvio agli usi, implicitamente ammette che una relatio sia possibile; diversamente, il divieto non avrebbe senso logico, finendo per essere ricompreso, e assorbito, in quello, più ampio, di determinare l’interesse e le altre condizioni del contratto attraverso fonti esterne”. Sentenza della Corte di Cassazione che ha altresì valorizzato la meritevolezza di tutela dello strumento dell’indicizzazione, che consente al cliente della banca di accedere a formule di finanziamento a tasso variabile che altrimenti gli sarebbero precluse, legittimando il rinvio a fonti esterne, laddove il rinvio ha propriamente ad oggetto l’indice o il parametro attraverso cui va determinato il tasso di interesse contrattuale.

Sono poi state affrontate le contestazioni concernenti la presenza della c.d. clausola floor nell’ambito dei contratti di finanziamento bancari.

Innanzitutto, ancora una volta, il Tribunale ha ribadito il principio processuale cardine per cui l’attore ha l’onere di allegare quali sarebbero le conseguenze pregiudizievoli derivanti nel caso concreto dalla presenza ed operatività di una tale clausola, rilevando che una simile doglianza non può essere posta in modo generico, “lasciando al giudicante l’onere (non spettante) di interpretare in che modo la clausola avrebbe inciso sulla posizione giuridica dei contraenti”.

Sul tema della validità delle clausole floor applicate a contratti di finanziamento bancario, il Tribunale ha quindi confermato l’orientamento maggioritario della giurisprudenza di merito (v. ex multis Tribunale Bologna sez. III, 08/02/2018, n. 20123; da ultimo Trib. Forlì, sent. 461/2020 in Iusletter 26.6.2020), per cui l’inserimento di una simile clausola non è in grado di modificare la natura e la funzione di finanziamento sottesa ai relativi contratti, “attesa la sua evidente e manifesta funzione precipua di evitare una diseconomia per il soggetto finanziatore, il quale ha già “acquistato” e messo a disposizione del cliente la provvista in danaro, mettendola al riparo da fluttuazioni del mercato finanziario nel medio-lungo periodo, che renderebbero l’operazione antieconomica per l’operatore professionale bancario”.

Trattasi peraltro, ha continuato il Tribunale sulla scia della giurisprudenza prevalente, di una “clausola liberamente sottoscritta e di contenuto chiaro e perfettamente determinato, non vietata dall’ordinamento e meritevole d’interesse, in quanto non volta all’acquisizione di un vantaggio illecito ma perfettamente in linea con l’operazione economica voluta dalle parti”.

Quanto alle doglianze in tema di usura, pure prese in esame da questa interessantissima sentenza, viene in rilievo ancora una volta la loro formulazione generica, ricordando che secondo l’insegnamento della Suprema Corte “la contestazione in tema di usura deve essere specifica ed analitica, non potendosi genericamente riferire all’indicazione del tasso di interesse, essendo necessario indicare la pattuizione originaria e le somme pagate ogni anno a titolo di interessi, diversamente, la genericità della tesi della parte non consente di ritenere pacifica l’esistenza della usurarietà, risolvendosi nella sollecitazione allo svolgimento di una CTU esplorativa (Cass. ord. n. 2311/2018)”.

Il rigetto di tutte le doglianze relative ai rapporti contrattuali intercorsi, ha infine, osservato il Tribunale, rende “ex se difettante di un basilare requisito costitutivo la pretesa risarcitoria parimenti avanzata dalla parte attrice con riferimento alla segnalazione dei nominativi degli opponenti presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia”.

Trib. Sondrio, 12 giugno 2020, n. 134

Antonio Ferraguto – a.ferraguto@lascalaw.com

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