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Istituti di credito: sospensiva di sentenza e valutazione comparativa degli interessi

Con un’articolata ordinanza, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha accolto il ricorso ex art. 373 cod. proc. civ. di un Istituto di credito da noi patrocinato, disponendo la sospensione dell’esecuzione della sentenza emessa dalla stessa Corte di Appello e gravata da ricorso per Cassazione.

Dopo aver riassunto in maniera molto esauriente le contrapposte difese in ordine alla sussistenza dei requisiti richiesti dalla norma per la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza, la Corte d’Appello ha fornito la sua decisione sulla base dei seguenti, importanti rilievi.

Innanzitutto, il Collegio ha precisato che il requisito della gravità del danno deve essere valutato sotto il profilo soggettivo, consistendo esso “in una eccezionale sproporzione tra il vantaggio ricavabile dall’esecuzione rispetto al pregiudizio patito dal debitore, pregiudizio che deve essere superiore a quello che la norma considera come inevitabile conseguenza dell’esecuzione forzata”.

Quanto al requisito della irreparabilità del danno, sempre secondo la Corte, “deve essere valutato in termini oggettivi, tale essendo il concreto pericolo di non poter recuperare o di recuperare con estrema difficoltà le somme corrisposte in esecuzione della sentenza gravata”.

La Corte territoriale ha quindi precisato che occorre procedere a una “valutazione comparativa degli interessi delle parti”, che prenda in considerazione “la concreta difficoltà di ripetere, in caso di accoglimento del ricorso per cassazione, gli importi corrisposti, avuto riguardo alla rilevante entità della somma precettata.

Nel caso di specie, la particolarità della decisione consisteva nell’avere il resistente dedotto di essere proprietario di un patrimonio immobiliare di valore stimato superiore all’importo oggetto della condanna espressa nella sentenza di cui la Banca chiedeva la sospensione della provvisoria esecutività.

Sul punto la Corte ha affermato l’importante principio per cui la concreta difficoltà di ripetere le somme versate “non può ritenersi elisa dalle possidenze immobiliari della resistente, sia perché la relativa stima, fondata su atti di parte, è stata contestata dalla ricorrente, sia perché non è in alcun modo garantita la permanenza del compendio immobiliare nella sfera del patrimonio della resistente fino alla definizione del giudizio in cassazione e, eventualmente, del successivo giudizio di rinvio, tale che, come paventato dall’istante, potrebbe risultare frustrata la pronta ripetibilità delle somme in caso di eventuale esito positivo dei giudizi”;

Sempre nella giusta ottica di una valutazione comparativa degli interessi in gioco,  la Corte d’Appello ha precisato che “… correlativamente, un grave ed irreparabile pregiudizio (non) può ravvisarsi, né è stato prospettato, in capo alla resistente, attesa la solvibilità dell’istituto bancario e la corresponsione degli interessi maturati e maturandi fino all’effettivo soddisfo, tale da compensare il ritardo nel soddisfacimento del credito, in caso di esito negativo, per la ricorrente, del giudizio in cassazione”.

Questa pronuncia ci offre lo spunto per soffermarci brevemente sul tema della sospensione della efficacia esecutiva delle sentenze, provvisoriamente esecutive ex lege.

Un sintetico raffronto tra l’istanza di sospensione prevista dall’art. 283 c.p.c. (per le sentenze di primo grado appellate) e l’istanza ex art. 373 c.p.c. (per le sentenze d’appello impugnate per cassazione), fa emergere due aspetti essenziali che diversificano le due istanze, per il resto del tutto simili.

L’organo giurisdizionale investito della decisione è il medesimo, ovvero il giudice di secondo grado (la corte d’appello ovvero il tribunale, in caso di impugnazione di una decisione del giudice di pace).

Esso tuttavia agisce con funzione differente a seconda che si tratti di istanza proposta ai sensi dell’art. 283 o dell’art. 373 c.p.c..

Nel caso si tratti di istanza di sospensione di una sentenza di primo grado, il giudice dell’appello è infatti anche il giudice che dovrà decidere sulla eventuale fondatezza dell’impugnazione, mentre nel caso di istanza di sospensione della sentenza di secondo grado, il giudice dell’appello è l’organo che ha già emesso la decisione impugnata in Cassazione.

Ai sensi dell’art. 283 c.p.c., che fini della sospensiva richiede una disamina dei gravi e fondati motivi, quindi, il giudice dovrà tener conto, come avviene per i procedimenti cautelari, sia del c.d. periculum in mora, sia del fumus boni iuris, potendo basare la propria decisione di sospensiva anche su considerazioni legate ad una sommaria delibazione di fondatezza dei motivi di impugnazione della sentenza di primo grado.

Ai sensi dell’art. 373 c.p.c., invece, il giudice deve tener conto solo dei motivi attinenti il periculum in mora (la norma parla di “grave ed irreparabile danno”) tralasciando ogni considerazione sulla fondatezza o meno dei motivi di ricorso per cassazione, che viene lasciato ovviamente all’Organo superiore.

Orbene, secondo la consolidata giurisprudenza, la gravità del danno va valutata in base alle condizioni soggettive delle parti e consiste, come giustamente osservato dalla Ordinanza in esame, nella eccezionale sproporzione tra il vantaggio che deriva a favore di chi chieda l’esecuzione della sentenza d’appello e il pregiudizio patito dal debitore soccombente per l’esecuzione della decisione.

In diverse occasioni, la giurisprudenza ha pure precisato che il pregiudizio in questione deve essere superiore a quello che la norma, di regola, considera come inevitabile conseguenza dell’esecuzione forzata.

Ma sull’applicazione pratica di questi principi la giurisprudenza si è spesso divisa, specie sull’interpretazione della “irreparabilità” del danno.

L’Ordinanza in commento chiarisce con una motivazione lineare che deve considerarsi irreparabile il pregiudizio derivante dall’incerto recupero delle somme corrisposte in ottemperanza della sentenza appellata, in considerazione della anche solo possibile illiquidità dell’accipiens, alla luce di una concreta valutazione comparativa degli interessi in gioco.

Ciò che risulta evidente nel caso in cui la parte istante sia esposta alla potenziale difficoltà di ripetere da una persona fisica quanto pagato, in caso di accoglimento dell’impugnazione, a fronte della inesistenza di pregiudizio per la parte che, pur vittoriosa in appello, si trovi ad attendere l’esito dell’impugnazione quando il suo credito sia vantato nei confronti di un Istituto di credito di rilevanza nazionale, dal quale ha la certezza di ottenere il pagamento del dovuto, maggiorato degli interessi satisfattivi del ritardato pagamento, in caso di mancato accoglimento dell’impugnazione. Tutelandosi in tal modo la concreta potenziale efficacia dell’impugnazione e mantenendo un equilibrio tra le contrapposte esigenze delle parti.

Corte App. Reggio Calabria, Ord., 1 aprile 2020

Antonio Ferraguto – a.ferraguto@lascalaw.com

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