Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

ISC: l’erronea indicazione non comporta la nullità

L’erronea indicazione dell’ISC non può comportare la nullità della clausola relativa agli interessi, con applicazione di un tasso sostitutivo, in quanto essa non determina nessuna incertezza sul contenuto effettivo del contratto stipulato e del tasso di interesse effettivamente statuito; la stessa può comportare esclusivamente il risarcimento dell’eventuale danno dimostrato dal mutuatario per aver confidato in un ISC errato.”

Tale principio, già affermato pacificamente dalla giurisprudenza, è stato ribadito dal Tribunale di Milano con la sentenza n. 11715 pubblicata in data 17/12/2019.

Nell’ambito di un giudizio ordinario, parte attrice, lamentando l’indicazione nel contratto di mutuo di un ISC inferiore rispetto a quello effettivamente applicato in corso di rapporto, chiedeva venisse dichiarata la nullità della clausola determinativa degli interessi e, di conseguenza, la sostituzione di questi ultimi ex art. 117 TUB, con condanna alla ripetizione di quanto già pagato. La Banca si costituiva in giudizio affermando la legittimità dell’ISC perché calcolato escludendo i costi indicati dalla legge e dalla Banca d’Italia e in ogni caso, deducendo che l’indice sintetico di costo assolve ad una funzione meramente informativa.

Il Tribunale di Milano, accogliendo le difese svolte dalla Banca convenuta, ha preliminarmente evidenziato la distinzione della disciplina del TAEG da quella dell’ ISC, ribadendo che il TAEG rappresenta un indice del costo globale del finanziamento previsto dalla legge n. 142/1992 e riferibile, peraltro,  alla sola disciplina del credito al consumo, mentre l’ISC, introdotto dall’art. 9 della delibera CICR del 4/03/2003, seppur condivida con il TAEG le stesse modalità di calcolo, non rappresenta un tasso di interesse o una condizione economica del contratto. Il giudice sottolinea, infatti, che l’indicatore sintetico di costo svolge soltanto una funzione informativa, in quanto non deriva da una norma primaria, come nel caso del TAEG, bensì da disposizioni emanate dalla Banca d’Italia in materia di trasparenza bancaria ed esprime solo in termini percentuali il costo del finanziamento.

Ne consegue che l’erronea indicazione dell’ISC non determina una maggiore onerosità del finanziamento, ma solo un’erronea interpretazione del suo costo complessivo e, pertanto, non può comportare la sanzione della nullità di cui all’art. 117 c. 6 TUB, né risulta applicabile il successivo comma 7 con l’individuazione di un tasso sostitutivo.

Il Tribunale, quindi, evidenzia che l’erronea indicazione dell’ISC potrebbe unicamente comportare il risarcimento dell’eventuale danno – qualora parte attrice fosse in grado di provarlo – per aver confidato in un ISC inferiore rispetto a quello effettivamente praticato.

Il giudice, infine, afferma che non può, in ipotesi, trovare applicazione la disciplina normativa dell’epoca relativa al TAEG per il credito ai consumatori. Ciò in quanto, nel caso di specie, parte attrice non poteva considerarsi un consumatore e, poi, perché non potrebbe comunque trovare applicazione l’art. 125 bis TUB (il quale stabilisce che sono nulle le clausole del contratto relative a costi a carico del consumatore che non sono stati inclusi o sono stati inclusi erroneamente nel TAEG), giacché il contratto risulta stipulato in data antecedente dell’entrata in vigore della nuova disciplina del 2010.

Alla luce delle suesposte argomentazioni, il giudice ha rigettato le domande proposte dalla parte attrice, condannandola, altresì, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta.

Trib. Milano, Sez. VI, 17 dicembre 2019, n. 11715

Valentino Scidà – v.scida@lascalaw.com

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