Normativa a cavallo e salto dell’inadempimento

Investimenti in strumenti finanziari: il danno da lucro cessante non sussiste “in re ipsa”

Una recente sentenza ha affermato che il danno da lucro cessante non sussiste “in re ipsa”, ma deve sempre essere allegato e provato dall’investitore in maniera precisa e circostanziata.

Un investitore, nell’ambito di un contratto di negoziazione, ricezione e trasmissione ordini, acquistava alcuni titoli azionari. In seguito ad una rilevante perdita del capitale, tuttavia, proponeva domanda di risarcimento del danno contro la banca intermediaria, sia a titolo di danno emergente che di lucro cessante.

La Banca si costituiva in giudizio contestando integralmente le domande attoree, sostenendo di avere correttamente adempiuto ai propri obblighi negoziali.

Il Tribunale rigettava integralmente le domande dell’investitore in quanto infondate, tuttavia, in secondo grado, la Corte d’Appello riformava parzialmente la sentenza accogliendo la domanda di risarcimento del danno emergente.

L’investitore, pertanto, proponeva ricorso in Cassazione articolando tre motivi di ricorso, ritenendo violata la disciplina del danno da lucro cessante in quanto, a suo dire, questo sussisterebbe “in re ipsa”, sull’assunto per cui da ogni investimento in strumenti finanziari sorgerebbe l’aspettativa di un guadagno.

La Suprema Corte, nel rigettare tutti i motivi di ricorso avanzati, ha ritenuto infondato il motivo relativo al danno da lucro cessante, in quanto l’investitore (come già accertato dalla Corte territoriale) non aveva mai provato la sussistenza del danno: “Posto che la allegazione e la prova del danno incombe sul danneggiato (Cass. 17 febbraio 2009, n. 3773), quale fatto costitutivo della pretesa risarcitoria spiegata, del tutto correttamente la Corte d’appello ha osservato che il [omissis] non aveva dato alcuna dimostrazione della sussistenza della perdita derivante da lucro cessante”.

Inoltre, prosegue la sentenza, il ricorrente non solo non aveva mai fornito prova del danno da lucro cessante, ma neppure lo aveva mai allegato in maniera circostanziata: “Ed anzi, occorre dire che, alla stregua di quanto è riferito nel ricorso per cassazione, il [omissis] non solo non ha provato, ma non ha neppure dedotto in modo circostanziato di aver subito un danno da lucro cessante nella vicenda in discussione, e cioè che, se fosse stato posto in condizioni di disinvestire tempestivamente il capitale destinato all’acquisto delle azioni in discorso, lo avrebbe reinvestito in modo tale da procacciarsi quel lucro che l’investimento operato non aveva apportato”.

Cass., Sez. I, 7 febbraio 2017, n. 12938 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zillic.zilli@lascalaw.com

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