Il deposito cauzionale equivale a consegna materiale

Invalidità dell’offerta non formulata personalmente o a mezzo di un procuratore legale

In sede di vendita senza incanto, l’offerta per l’acquisto, ai sensi dell’art. 571 c.p.c., è valida solo se presentata personalmente da parte di chi è intenzionato all’acquisto, oppure dal suo procuratore legale.

Questa in sostanza, la ratio posta a fondamento della recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione n. 8951 del 05 maggio 2016, la quale conferma la bontà della decisione impugnata da parte della ricorrente, avverso il provvedimento, emesso dal notaio delegato, di non ammissione alla gara dei soggetti mandatari delle due società offerenti.

Nel caso di specie sono stati presentati dall’opponente ben cinque motivi di ricorso a sostegno delle proprie tesi, di cui i primi tre riguardano la posizione della prima tra le due società suindicate; in questo caso, la ricorrente, incentra le iniziali doglianze dell’opposizione sull’assunto che la compagine sociale fosse correttamente rappresentata da un proprio institore, lamentando, in specie, violazione e mendace applicazione della normativa inerente l’interpretazione dei negozi unilaterali e contrattuali, in modo particolare rispetto a quanto disposto da parte dell’art. 360 cpc n. 3, nonché fallace applicazione degli art. 571 c.p.c. ss. in relazione alla parte in cui chiunque, eccezion fatta per il debitore, possa essere liberamente ammesso a presentare offerte. Il quarto motivo inerisce invece la posizione della seconda società, denunciando in modo precipuo una violazione dell’art. 571 c.p.c in ordine alla parte in cui si prevede che l’offerente si possa validamente far rappresentare da un altro soggetto in merito alla presentazione dell’offerta, nonché una violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione. La quinta motivazione addotta dalla ricorrente, pur non assorbente rispetto alla tematica presa in considerazione, riguarda la violazione o falsa applicazione delle norme giuridiche in materia di determinazione del compenso professionale, dolendosi la stessa di un quantificazione impropria in quanto operata per eccesso.

Ebbene, sulla base delle suesposte considerazioni, la Suprema Corte ha ritenuto infondate le prime tre motivazioni sulla base del fatto che, come testimoniato dal materiale probatorio agli atti, non risultava accertato in alcun modo il ruolo di institore del soggetto che aveva presentato l’offerta, venendo pertanto meno l’esibito potere di rappresentanza. Vieppiù che deve ritenersi totalmente priva di fondamento l’assimilazione operata dall’opponente in merito al concetto, erroneo, secondo cui il procuratore legale cui farebbe riferimento la norma andrebbe ad assimilarsi al concetto di individuo munito di procura; del resto, lo stesso Giudice a quo aveva ritenuto di dover correttamente affermare che l’espressione di cui all’art. 571 c.p.c. “a mezzo di procuratore legale…”, dovesse essere, a ragione, idealmente sostituita da quella “a mezzo di avvocato”.  Quanto all’ultima motivazione, la Corte ha ritenuto opportuno dover rigettare quest’ultima doglianza sulla base del fatto che, in merito ai parametri di liquidazione del compenso, il Giudice è dotato di una discrezionalità così tanto ampia e talmente rimessa a profili di apprezzamento valutativo concreto in ordine alla vicenda, che una mancata, puntuale, rappresentazione di quanto contestato in fatto, fa venir meno l’eventuale censurabilità della liquidazione.

Per queste motivazioni, la Corte ha rigettato totalmente il ricorso presentato dalla ricorrente, condannandola al rimborso delle spese del giudizio di Cassazione.

Cass., 5 maggio 2016,  n. 8951

Andrea Madaroa.madaro@lascalaw.com

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