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Interessi di mora: chiarimenti sulla corretta individuazione del tasso soglia

Con una recente sentenza, la Corte d’Appello di Milano si è nuovamente pronunciata in merito alla controversa questione riguardante l’assoggettabilità degli interessi moratori alla normativa antiusura e, in particolare, quale sia il tasso soglia usura applicabile nell’ambito della verifica del rispetto della suddetta normativa.

Come noto, sebbene il tema sia tuttora al centro di un aperto dibattito giurisprudenziale, in seno alla Suprema Corte di cassazione si sta affermando un orientamento secondo il quale le norme antiusura si applicano anche agli interessi moratori [1], al quale la stessa Corte territoriale milanese ha affermato di aderire.

L’affermarsi del principio in base al quale devono intendersi usurari “gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori[2], ha fatto sorgere molteplici problemi connessi, fra i quali spicca quello relativo alla corretta individuazione del TEGM ed alle sue modalità di comparazione con il TEG di mora.

In particolare, a venire in rilievo è l’esigenza di omogeneità nel confronto, che impone che algoritmo e criteri di calcolo del TEG siano assimilabili a quelli del TEGM, per evitare la comparazione di valori tra loro disomogenei. Esigenza che è stata di recente evidenziata da alcune pronunce della giurisprudenza di legittimità e di merito [3].

Su tale presupposto e considerato che gli interessi di mora sono esclusi dal calcolo del TEGM, nella verifica dell’usurarietà degli interessi moratori la giurisprudenza di merito prevalente sembra aver fatto propria la tesi per cui vada considerato il tasso soglia di mora suggerito da Banca d’Italia con i propri “Chiarimenti in materia di applicazione della legge antiusura” del luglio 2013, consistente nel TEGM trimestralmente rilevato, maggiorato di 2,1 punti percentuali [4].

Sul punto, tuttavia, deve segnalarsi la presenza di un diverso e più rigoroso orientamento di parte della giurisprudenza, sia di merito sia di legittimità, che non ritiene giustificato individuare per gli interessi moratori una soglia d’usura diversa dal saggio rilevato ai sensi dell’art. 2 l. n. 108/1996, ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia.  Ciò sul presupposto che tale diverso criterio non troverebbe alcun riferimento normativo [5].

Il contrasto tra questi giustapposti orientamenti giurisprudenziali è reso ancor più evidente dalla  successiva sentenza della Corte di Cassazione n. 26286 del 17 ottobre 2019 (in base alla quale “…poiché la Banca d’Italia provvede comunque alla rilevazione della media dei tassi convenzionali di mora (solitamente costituiti da alcuni punti percentuali da aggiungere al tasso corrispettivo), è possibile individuare il “tasso soglia di mora” del semestre di riferimento, applicando a tale valore la maggiorazione prevista dalla L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 4…”), ha infine condotto i Giudici di legittimità, con decisione n. 26946 del 22 ottobre 2019, a rimettere degli atti al Primo Presidente, affinché egli valuti la sussistenza dei presupposti per l’assegnazione della causa alle Sezioni Unite.

Interessante è, quindi, la presa di posizione della Corte d’Appello di Milano che ha giudicato corretta la metodologia di rilevamento del c.d. tasso soglia di mora nell’ambito della verifica del rispetto della normativa antiusura, accolta dalla citata giurisprudenza prevalente.

Nel caso di specie, gli attori avevano proposto appello avverso la sentenza di primo grado che li aveva visti condannare in solido al pagamento, in favore dell’Istituto di credito con il quale gli stessi avevano sottoscritto un contratto di mutuo ipotecario, dell’intera somma mutuata, oltre agli interessi corrispettivi ed agli interessi di mora convenzionalmente pattuiti.

Gli appellanti chiedevano, tra l’altro, che venisse accertato che al contratto di mutuo era stato applicato un interesse moratorio maggiore del tasso soglia usura e che, quindi, ne fosse dichiarata la gratuità ai sensi dell’art. 1815, 2° comma, c.c., con conseguente condanna della banca alla restituzione delle somme indebitamente percepite a titolo di interessi.

Dopo aver esaustivamente riassunto le osservazioni fatte dal Giudice di prime cure in punto di usurarietà degli interessi di mora e sulla necessità di effettuare le relative verifiche alla luce dei criteri sanciti nelle istruzioni di Banca d’Italia tempo per tempo vigenti, la Corte territoriale ha precisato come l’eventuale superamento del tasso soglia da parte dell’interesse moratorio non possa essere valutato puramente e semplicemente con riguardo al TEG rilevato dalla Banca d’Italia in relazione all’operazione ed al trimestre di riferimento.

Secondo la Corte, infatti, “le “Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura” emanate dalla Banca d’Italia, oltre a rispondere alla elementare esigenza logica e metodologica di avere a disposizione dati omogenei al fine di poterli raffrontare, hanno anche natura di norme tecniche autorizzate”.

In quanto tali, dette istruzioni non possono essere disattese, poiché “sono necessarie per dare uniforme attuazione al disposto della norma primaria di cui all’art. 644, quarto comma c.p.”.

Il Collegio ha, quindi, affermato di condividere l’orientamento espresso da Cass. Civ. n. 26286/19 secondo il quale “nei rapporti bancari, gli interessi convenzionali di mora, al pari di quelli corrispettivi, sono soggetti all’applicazione della normativa antiusura, con la conseguenza che, laddove la loro misura oltrepassi il c.d. “tasso soglia” previsto dall’art. 2 della l. n. 108 del 1996, si configura la cosiddetta usura “oggettiva” che determina la nullità della clausola ai sensi dell’art. 1815, comma 2 c.c. Non è a ciò di ostacolo la circostanza che le istruzioni della Banca d’Italia non prevedano l’inclusione degli interessi di mora nella rilevazione del T.E.G.M. ( tasso effettivo globale medio)che costituisce la base sulla quale determinare il “tasso sogli”. Poiché la Banca d’Italia provvede comunque alla rilevazione della media dei tassi convenzionali di mora (solitamente costituiti da alcuni punti percentuali da aggiungere al tasso corrispettivo), è infatti possibile individuare il “tasso soglia di mora” del semestre di riferimento, applicando a tale valore la maggiorazione prevista dall’art. 2, comma 4, della l. n. 108 del 1996”.

Conseguentemente, si è ritenuto doveroso tenere conto delle indicazioni fornite da Banca d’Italia nei propri chiarimenti del 3 luglio 2003, laddove è stato chiarito che, per evitare il confronto tra tassi disomogenei, i Decreti trimestrali riportano i risultati di un’indagine per cui “la maggiorazione stabilita contrattualmente per i casi di ritardato pagamento è mediamente pari a 2,1 punti percentuali”.

Secondo la Corte milanese è, quindi, necessario incrementare il TEG di riferimento di 2,1 punti percentuali per determinare correttamente il tasso soglia di mora e, solo allora, è possibile procedere alla verifica circa il suo l’eventuale superamento.

La Corte territoriale ha ribadito, infine, che “non è corretto sommare interessi corrispettivi ad interessi moratori […] dal momento che gli stessi sono tra loro alternativi: se il debitore rispetta i pagamenti contrattualmente programmati, deve corrispondere gli interessi corrispettivi, laddove, quando è in ritardo, è tenuto agli interessi moratori”.

Per tale ragione, “è del tutto evidente che i due tassi non si sommano sic et simpliciter tra loro, perché diverse sono le basi di calcolo: il tasso corrispettivo si calcola sul capitale residuo, il tasso di mora sulla rata scaduta”.

La Corte ha, quindi, respinto l’appello e confermato la sentenza emessa dal Tribunale, condannando in solido gli attori al rimborso delle spese processuali in favore dell’istituto di credito convenuto.

Corte d’App. Milano, 29 aprile 2020, n. 1035

Antonio Ferraguto – a.ferraguto@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 17 novembre 2000, n. 14899; Cass. Civ., Sez. III, del 13 giugno 2002, n. 8442; Cass. Civ., Sez. III, 4 aprile 2003, n. 5324; Cass. Civ., Sez. III, 25 maggio 2004, n. 10032; Cass. Civ., Sez. III, 15 aprile 2008, n. 9896; Cass. Civ., Sez. III, 25 gennaio 2011, n. 1748; Cass. Civ., Sez. I, 9 gennaio 2013, n. 350; Cass. Civ., Sez. VI, 6 marzo 2017, n. 5598; Cass. Civ., Sez. VI – 1, 4 ottobre 2017, n. 23912; Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2018, n. 27442; Cass. Civ., Sez. III, 17 ottobre 2019, n. 26286.

[2] Così Cass. Civ., Sez. I, 9 gennaio 2013, n. 350.

[3] Cass. Civ., Sez. I, 22 giugno 2016, n. 12965; Cass. Civ., Sez. I, 3 novembre 2016, n. 22270; Cass. Civ., SS.UU., 20 giugno 2018, n. 16303; Tribunale di Torino, 13 settembre 2017, n. 4304.

[4] Cfr., tra le altre, Tribunale di Milano, 3 dicembre 2014; Tribunale di Terni, 15 febbraio 2018, n. 139, disponibile su Iusletter; Tribunale di Roma, 24 gennaio 2018, n. 1814; Tribunale di Bologna, 15 febbraio 2018 n. 832; Tribunale di Bologna, 20 settembre 2018, n. 20774, disponibile su Iusletter; Trib. Catania 20.4.2018; Tribunale di Lanciano, 4 aprile 2018 n. 141; Tribunale di Ferrara, 7 marzo 2018, n. 165; Tribunale di Ancona 31 maggio 2018, n. 889; Tribunale di Napoli 17 aprile 2018; Tribunale di Catania, 11 luglio 2018 n. 2948; Tribunale di Roma, 21 giugno 2018, n. 12716; Tribunale di Roma, 22 novembre 2018, n. 22543; Tribunale di Roma, 28 novembre 2018, n. 22880; Tribunale di Pavia 28 gennaio 2019; Trib. Roma 3.4.2019; Corte d’Appello di Firenze, 7 marzo 2019, n. 534.

[5] In questo senso, Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2018, n. 27442; Tribunale di Udine, 14 novembre 2017; Tribunale di Bari, 11 gennaio 2018; Tribunale di Milano, 13 febbraio 2018, n. 1525, disponibile su Iusletter; Tribunale di Belluno, 17 marzo 2018, n. 248.

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