Contratti

Interessi di mora e convenzionali da sommare a determinate condizioni, la tesi del Tribunale di Parma non convince

Tribunale di Parma, 25 luglio 2014 (leggi la sentenza per esteso)

E’ questo, in sintesi, il contenuto della sentenza del Giudice di Parma – Sezione Fallimentare -, secondo cui “nell’ipotesi in cui il contratto stipulato dalla banca con il cliente preveda che in caso di mancato pagamento della rata di mutuo la banca possa applicare gli interessi di mora e che gli stessi non si sostituiscano ma si sommino a quelli corrispettivi, ai fini del calcolo del TEGM si dovrà tener conto anche degli interessi di mora con la conseguente possibilità che il contratto di mutuo si riveli usurario ab origine”.

Il percorso logico giuridico del Giudice Parmense prende le mosse dal principio cardine enucleato dalla L. 28.02.2001, n. 24, ove il Legislatore, con una interpretazione autentica degli artt. 1815 c.c. e 644 c.p., al primo comma dell’art. 1 ha disposto che “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, II comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”, chiarendo quindi, in maniera definitiva, che per la determinazione dell’usurarietà degli interessi contrattuali occorre sempre guardare al momento della conclusione del contratto, e non al momento della singola dazione degli interessi da parte del debitore.

L’incipit è dunque corretto, anche se le argomentazioni che seguono rappresentano più il risultato di un percorso logico-argomentativo poco aderente ai principi che governano la materia, scandita in questo preciso caso dell’erroneo convincimento che con l’ormai nota sentenza della Corte di Cassazione n. 350/2013 sia stabilito che: “tutte le voci contrattuali (escluse imposte e tasse) devono essere conteggiate nel calcolo del TEG (o ISC: indicatore sintetico di costo), compresi gli interessi di mora”.

In questa direzione, infatti, il Giudice ha precisato che solo se le parti, nella loro autonomia negoziale, hanno previsto la possibilità di imputare gli interessi di mora sull’intero importo della rata scaduta e non pagata, questi potranno essere sommati a quelli convenzionali ai fini del rilevamento sull’usura.

E ciò, in quanto nel caso di specie l’articolo 5 delle condizioni generali di contratto concordate tra le parti prevedeva espressamente che “L’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata (…) e non pagato, produce interessi di mora (…). La parte finanziata approva specificamente il diritto del Banco di imputare gli interessi di mora sull’intero importo della rata scaduta e non pagata

Le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale di Parma, tuttavia, non appaiono condivisibili, in quanto contrarie ai principali riferimenti giurisprudenziali pervenuti in materia, quali quelli che l’A.B.F. – Collegio di Napoli – ha saputo sapientemente condensare nella nota pronuncia del 05.12.2013, nel cui solco si inseriscono anche le recentissime pronunce del Tribunale di Milano (28 gennaio 2014) e del Tribunale di Napoli (15.04.2014).

In sintesi, questi i passaggi salienti della pronuncia dell’A.B.F.: “Per la verità, la sentenza della Cassazione, a cui parte opponente si riferisce (del 9.1.2013 n. 350), non ha affermato ciò e, soprattutto, non ha parlato di sommatoria d’interessi con riguardo all’usura. Basta leggere la sentenza per rendersene conto. Quando viene in esame la censura di usurarietà dei tassi, la Cassazione, in effetti, riporta il contenuto del ricorso, affermando che “parte ricorrente deduce che l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) era del 10,5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27 marzo 1998, che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura del 8,29%. Tale tasso dovrebbe ritenersi usuraio a norma della Legge n. 108 del 1996, art. 1, comma 4, tanto più ove si consideri che fu richiesto per l’acquisto di un bene primario quale la casa di abitazione e che dovrebbe tenersi conto della prevista maggiorazione di 3 punti in caso di mora”. A fronte di ciò, la S.C. ha ritenuto fondata la censura, perché dalla trascrizione dell’atto di appello risulta che “parte ricorrente aveva specificamente censurato il calcolo del tasso pattuito in raffronto con il tasso soglia senza tener conto della maggiorazione di tre punti a titolo di mora, laddove, invece, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p.c. e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurai gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte Cost., 25 febbraio 2002, n. 29: <<Il riferimento, contenuto nel d.l. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori>> ; Cass., n. 5324/2003)”. Questi sono i passi salienti della sentenza. Come si può notare, quindi, non vi è alcun cenno al fatto che gli interessi corrispettivi e quelli moratori vadano sommati tra loro, dando vita ad un presunto tasso sommatoria. La Cassazione si è limitata solo a ribadire il proprio orientamento, in virtù del quale pure gli interessi moratori debbono essere sottoposti al vaglio di usurarietà al pari di quelli corrispettivi (cfr., ad esempio, Cass. 22 aprile 2000, n. 5286, in Contratti, 2000, 685). In realtà, pure questo punto non è del tutto pacifico. Si ritiene, non senza ragione, che interessi moratori e corrispettivi non possano essere posti sullo stesso piano. Per cui, mentre questi ultimi andrebbero sempre contenuti nei limiti del c.d. tasso soglia, le valutazioni relative ai primi dovrebbero seguire altre strade. Le ragioni principali di questa differenziazione ruotano, in primo luogo, intorno alla funzione degli interessi moratori. Questi configurano, com’è noto, una sorta di liquidazione presuntiva e forfettaria del danno causato dal mancato o ritardato pagamento di un’obbligazione pecuniaria (art. 1224, co. 1, c.c.). La loro caratteristica è quella di essere dovuti dal giorno della mora. Si osservi che il creditore ha diritto agli interessi moratori anche se non erano previsti nel contratto (art. 1224, co. 1, c.c.), ed a prescindere dalla prova del danno subito. Quanto alla misura, se il tasso degli interessi moratori non è previsto espressamente nel contratto, esso sarà pari a quello pattuito per gli interessi corrispettivi (essendo paradossale, com’è stato fatto notare, che il tasso, proprio a partire dall’inadempimento, si riduca da quello convenuto a quello legale, favorendo, così, il debitore inadempiente). Va aggiunto che le obbligazioni pecuniarie relative a debiti liquidi (com’è il caso in esame, e com’è nel mutuo) vanno adempiute al domicilio del creditore (art. 1182, co. 3, c.c.) (Cass., 16 aprile 2001, n. 3808; Cass., 26 luglio 2001, n. 10226), senza necessità di costituzione in mora (art. 1219, co. 2, n. 3, c.c.). Il che significa che, per i crediti di denaro liquidi, dal momento della scadenza, sono dovuti immediatamente ed automaticamente interessi moratori, restando esclusa l’applicazione dell’art. 1282 c.c. In parole povere, quando vi è l’inadempimento interessi corrispettivi ed interessi moratori, in via di principio, non si cumulano, ma sono dovuti solo i secondi (in argomento sul tema ABF – Collegio Napoli 20 novembre 2013, n. 5877/2013). Al contempo, il carattere risarcitorio degli interessi moratori pone questi ultimi su di un piano profondamente diverso dagli interessi corrispettivi. E, soprattutto, in situazioni patologiche li rende riequilibrabili attraverso il rimedio di salvaguardia dettato dall’art. 1384 c.c.. In secondo luogo, non va trascurato un altro elemento differenziale. Esso corrisponde alla necessaria e logica interdipendenza che esiste tra l’erogazione del credito e l’usura. Nel senso che, a differenza dell’interesse corrispettivo, nessun ruolo ha l’interesse moratorio (per la già vista funzione) nella concessione del credito. Ne sono dimostrazione i dati forniti dall’art. 644, co. 1, c.p. (che si riferisce a colui che “si fa dare o promettere … in corrispettivo di una prestazione di denaro … interessi“) e dall’art. 2 bis della legge 28.1.2009, n. 2 (che prevede che “gli interessi, le commissione e le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque, denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca … sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 del codice civile, dell’art. 644 del codice penale”). Non va dimenticato, peraltro, che esiste un elemento testuale di segno opposto, contenuto nell’art. 1 del d.l. 29.12.2000, n. 394 (conv. dalla l. 28.2.2001, n. 24), ove, ai fini dell’usura, si fa riferimento agli “interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promossi o convenuti, a qualunque titolo”). Non sembra, comunque, che quest’ultimo dato testuale – anche alla luce di una sua interpretazione storico- sistematica – sia in grado di cancellare il forte legame che esiste tra erogazione del credito ed usura e, soprattutto, di snaturare la funzione degli interessi moratori. Resta la convinzione che l’interesse moratorio, dal punto di vista del debitore, assolve ad un ruolo essenzialmente dissuasivo, ricordandogli che l’inadempimento comporta per lui un aggravio dell’onere. Mentre, dal punto di vista del creditore, assume un ruolo puramente risarcitorio, non rappresentando un vero e proprio corrispettivo del credito erogato. Di ciò appare consapevole la S.C., che, sia pur in sede penale e con riguardo a fattispecie vicina, ha precisato, di recente, che “l’obbligazione di pagamento nascente dalla clausola penale non si pone in diretta connessione con le obbligazioni principali reciprocamente assunte dalle parti, la somma conseguibile a detto titolo non è idonea a integrare i profili illegittimi richiesti per la configurazione del delitto di usura, a meno che le parti non abbiano dissimulato il pagamento di un corrispettivo, attraverso un simulato e preordinato inadempimento” (Cass., 25 ottobre 2012 – 5 febbraio 2013, n. 5683, in Foro it., 2013, II, 484. Sull’assimilazione degli interessi moratori alla clausola penale, v. già Trib. Napoli, 12 febbraio 2004, in Giur. merito, 2004, 1340). Il carattere degli interessi moratori e l’indipendenza rispetto alle condizioni di erogazione del credito si desumono anche da un altro punto di vista. Per la banca, ad esempio, la pattuizione degli interessi moratori, per quanto detto in precedenza, potrebbe anche mancare del tutto, posto che questi interessi (sia pure in misura pari a quelli corrispettivi) sarebbero comunque dovuti. Essi svolgono sicuramente una funzione di ammonimento verso il debitore, ma non sono determinanti nella formazione del credito, distanziandosi, così, dall’attività bancaria propriamente intesa” (cfr. A.B.F. – Collegio Napoli – 5.12.2013).

Ragionando in questi termini, riteniamo dunque di poter concludere che la sentenza del Tribunale di Parma impatti inspiegabilmente con la diversa natura degli interessi di mora, quale fonte risarcitoria riconosciuta all’Istituto di Credito per effetto dell’inadempimento del mutuatario rispetto alla propri obbligazioni.

Proprio per questa ragione, interessi corrispettivi e di mora non possono essere sommati; e ciò, anche in presenza di un clausola contrattuale che consenta alla Banca di imputare gli interessi di mora sull’intero importo della rata scaduta e non pagata.

30 settembre 2014

(Iliza Ugliano – i.ugliano@lascalaw.com)

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