Crisi e procedure concorsuali

Insinuazione rinunciata: il cessionario del credito può riproporla 

La domanda di insinuazione al passivo rinunciata è riproponibile anche da parte del cessionario del credito, che è tenuto solo a dare prova dell’effettività della cessione e dell’insussistenza di cause preclusive del credito nei confronti della procedura.

Cass., sez. I, n. 814, 19 gennaio 2016 (leggi la sentenza)

I Giudici della Suprema Corte hanno confermato la decisione assunta dalla Corte di Appello di Milano per cui la rinuncia alla insinuazione al passivo ha natura procedimentale e, dunque, la domanda rinunciata è riproponibile anche da parte del cessionario del credito, il quale deve dimostrare che la cessione è anteriore al fallimento soltanto ai fini di una eventuale compensazione ovvero ai fini del voto in un eventuale concordato fallimentare.

Nella vicenda in questione, una società depositava tempestiva domanda di ammissione al passivo di una procedura fallimentare. In seguito alla dichiarazione di esecutività dello stato passivo, la stessa creditrice rinunciava alla propria domanda per cedere, in un secondo momento, il proprio credito. La società cessionaria decideva di insinuarsi tardivamente allo stato passivo ma il curatore contestava la nuova ammissione del credito e la causa così insorta veniva decisa dal Tribunale di Voghera, con sentenza di reiezione della domanda di ammissione.

Dopo che la Corte di Appello di Milano aveva ribaltato la sentenza di primo grado, il fallimento ricorreva in Cassazione contro l’ammissione del credito ceduto, sostenendo che la rinuncia dei creditori, una volta ammesso il credito al passivo, comportasse la rinuncia al diritto a concorrere quale effetto processuale della definitività dello stato passivo.

Citando la sentenza in oggetto: “deve evidenziarsi la natura procedimentale della rinuncia all’insinuazione al passivo, inidonea ad incidere sul diritto di credito; non si tratta, infatti, di rinuncia sostanziale al credito, da cui l’applicazione del principio generale della riproponibilità della domanda rinunciata, anche da parte del cessionario”.

La Suprema Corte, nello specifico, riteneva che oggetto di controllo dovesse essere non più il credito del cedente, già accertato, ma l’effettività della cessione e l’insussistenza di cause preclusive del credito nei confronti del fallimento, in relazione al nuovo titolare.

Nel caso di specie, la nuova domanda di insinuazione era comprovata dagli atti di cessione e, dunque, sia la Corte di Appello di Milano sia, successivamente, la Cassazione hanno ritenuto legittimo l’accoglimento della domanda di ammissione tardiva del credito.

24 febbraio 2016

Davide Manzod.manzo@lascalaw.com

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