A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Indecisione, quanto mi costi

In tema di caparra confirmatoria, nel caso in cui la parte inadempiente restituisca la somma versatale a titolo di caparra dall’altra parte contrattuale, non viene meno il diritto della parte adempiente a pretendere il doppio della caparra, da far valere, ove non emerga in senso contrario un’univoca volontà abdicativa del suo diritto da parte del creditore, mediante l’esercizio del recesso, anche con la proposizione di apposita domanda giudiziale in caso di mancata conformazione spontanea dell’inadempiente al relativo obbligo.

È quanto di recente stabilito dalla Cassazione, in una recentissima sentenza.

Il caso prende le mosse dal giudizio introdotto da un soggetto che aveva convenuto in Tribunale una società con la quale aveva sottoscritto un contratto preliminare di compravendita; società che, poco dopo la stipula, avendo cambiato idea sulla vendita, gli aveva restituito l’importo versato a titolo di caparra e non il doppio della stessa.

L’attore aveva dunque intrapreso un giudizio proprio al fine di ottenere la condanna della controparte al pagamento del doppio della caparra.

E mentre il Tribunale competente aveva accolto la domanda del promissario acquirente, la Corte d’appello competente aveva invece ritenuto che, dal momento che l’attore aveva incamerato l’importo versato a titolo di caparra, il recesso esercitato a seguito della restituzione non avesse alcuna ragione giustificativa.

Secondo la Corte di Cassazione, adita dal promissario acquirente, tuttavia, la ricostruzione della Corte d’appello non meritava di essere condivisa.

Nello specifico, secondo la Suprema Corte, la Corte di merito aveva errato nel ritenere che la restituzione dell’importo a titolo di caparra rappresentasse una circostanza che, di per sé sola, fosse idonea a comportare la caducazione del titolo giustificativo per l’esercizio del diritto di recesso.

In particolare, secondo la Cassazione, non poteva non pesare la circostanza che la promittente venditrice si fosse rifiutata di adempiere al contratto dopo soli quattro giorni dalla stipula. In altre parole, secondo la Cassazione, la sola circostanza che il promittente venditore avesse restituito la caparra e che il promissario acquirente l’avesse accettata, non esimeva il Giudice dal compiere un’indagine circa l’inadempimento posto in essere dalla società venditrice. A maggior ragione se si considera che la promittente venditrice non aveva offerto prova, in giudizio, dell’asserita accettazione senza riserve della caparra da parte del promissario acquirente e della sua rinuncia ad esercitare il potere di recesso a fronte dell’inadempimento della controparte.

La Cassazione ha dunque ravvisato nel comportamento della società promittente venditrice un inadempimento che, una volta accertato, conferiva senz’altro al promissario acquirente il diritto di pretendere il doppio di quanto versato a titolo di caparra.

Alla stregua della considerazioni che precedono la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata dal promissario acquirente invitando la Corte d’appello competente, in diversa composizione, ad uniformarsi al già citato principio di diritto.

Cass., Sez. II, 12 luglio 2021, n. 19801

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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