Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Inapplicabilita’ delle norme sull’ appello e sulle impugnazioni al giudizio di opposizione allo stato passivo

L’opposizione allo stato passivo, pur essendo rimedio a carattere impugnatorio, non è equiparabile all’appello, né ad essa possono applicarsi in via generale le regole dettate in materia di impugnazione dagli art. 323 c.p.c. e segg., occorrendo viceversa di volta in volta scrutinare la compatibilità di esse con lo strumento in questione, in ragione delle sue particolari caratteristiche.  

E’ quanto stabilito dalla Suprema Corte che, con sentenza pubblicata in data 1/06/2016, nel riconoscere natura impugnatoria all’opposizione allo stato passivo, ne ha tuttavia evidenziato la peculiarità rispetto ai giudizi ordinari.

Ed invero, il punto nodale del problema affrontato in detta sentenza, ruota intorno al quesito se l’opposizione allo stato passivo possa essere effettivamente qualificata quale giudizio di secondo grado, ovvero se debba essere intesa in senso funzionale, ossia diretto all’introduzione di un procedimento di primo grado.

Ebbene, i Giudici chiamati a dare risposta circa il modo di atteggiarsi di tale strumento impugnatorio, sono partiti dal rilievo datone dal legislatore che, nel riformare la disciplina del fallimento, ha delineato il procedimento di verifica dei crediti come un procedimento che ha natura decisoria e si fonda sul principio della domanda e dell’eccezione, in cui il curatore assume la qualità di parte ed il giudice pronuncia secondo le regole del contraddittorio e non nelle forme di rito inquisitorio.

Di qui la conclusione che il giudizio di opposizione (ancorché contro il provvedimento che lo definisce non sia ammissibile l’appello, ma soltanto il ricorso per cassazione) è pur sempre giudizio di merito a cognizione piena, il cui oggetto non assume le caratteristiche proprie dell’appello.

A sostegno della conclusione raggiunta la Corte ha altresì evidenziato che: da un lato,  il giudizio di opposizione allo stato passivo non sembra retto dal principio devolutivo (tantum devolutum quantum appellatum) che presiede invece al funzionamento del giudizio di appello, destinato a svolgersi nei rigorosi limiti dei motivi di impugnazione espressamente formulati nell’art. 342 c.p.c.; dall’altro, l’estraneità al modello dell’appello del giudizio di opposizione allo stato passivo lo si trae anche dalla previsione della L.F., art. 99, comma 8, secondo cui l’intervento di qualunque interessato non può avere luogo oltre il termine stabilito per la costituzione delle parti resistenti con le modalità per queste previste.

Tale ultimo aspetto, rimarca dunque il divario che separa l’opposizione allo stato passivo dall’appello, nel quale l’intervento dei terzi non è mai ammesso.

Pertanto, tornando al caso de quo, sulla base delle argomentazioni che precedono, l’opposizione allo stato passivo è certamente un rimedio a carattere impugnatorio, ma non per questo equiparabile all’appello; tuttavia, essendo esclusa altresì l’applicabilità anche delle norme sull’impugnazione in generale, detto procedimento rimane integralmente disciplinato dalla normativa fallimentare che prevede, appunto, che avverso il decreto di esecutività dello stato passivo possano essere proposte solo opposizione, impugnazione o revocazione.

Luigia Cassotta l.cassotta@lascalaw.com

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