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In sede di opposizione a decreto ingiuntivo, il creditore può modificare la domanda svolta in fase monitoria?

La Corte di Cassazione torna ad esprimersi sul divieto di mutatio libelli nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo e sui limiti imposti alla emendatio libelli.

Il ricorrente in Cassazione deduceva infatti, quale motivo di censura, l’indebito allargamento del thema decidendum avvenuto con la comparsa di costituzione da parte del creditore, che avrebbe introdotto nel giudizio un contratto di transazione che non costituiva il titolo su cui si fondava la pretesa monitoria, ma che era stato unicamente citato nel ricorso per ingiunzione. La Corte d’Appello avrebbe, quindi, impropriamente attribuito rilievo a tale accordo, in tale modo determinando un’inammissibile mutatio libelli della causa petendi, cioè del titolo sul quale la pretesa era fondata.

La Corte di Cassazione, tuttavia, non ha ritenuto meritevole di accoglimento tale censura e, anzi, inserendosi nel seminato già tracciato dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 12310 del 15 giugno 2015, ha ribadito e precisato meglio quali siano i confini dell’emendatio libelli consentita in sede di opposizione.

Superando l’orientamento precedente, che riteneva la modifica dell’oggetto del giudizio o della sua causa sempre inammissibile, le Sezioni Unite avevano precisato che la modifica del petitum e della causa petendi sono possibili, purché la domanda così modificata risulti “connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio”. La Corte ha ribadito che tale nuovo orientamento è dettato anche da ragioni di economia processuale, le quali prudentemente suggeriscono, per quanto possibile, la concentrazione delle vicende vertenti sulla medesima questione sostanziale dinanzi al medesimo Giudice. Un’interpretazione eccessivamente restrittiva di tale divieto comporterebbe, infatti, una proliferazione di giudizi vertenti su questioni strettamente connesse, che avrebbero potuto essere esaminate nel medesimo giudizio, oltre ad incrementare il rischio di contrasto di giudicati.

Sulla scorta di tali considerazioni, pertanto, gli ermellini hanno rigettato il ricorso proposto avverso la sentenza della Corte d’Appello di Trieste, escludendo che al giudice di prime cure fosse precluso l’esame della transazione contestata.

Cass., Sez. II, 1 marzo 2016, n. 4051 (leggi la sentenza)

Mariangela Boneram.bonera@lascalaw.com

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