La mediazione è obbligatoria anche per il fideiussore?

Impugnazione stragiudiziale del licenziamento: si applica la sospensione dei termini disposta in ragione dell’emergenza sanitaria?

La risposta alla domanda è di fondamentale importanza poiché da questa dipende la validità della successiva impugnazione giudiziale del licenziamento, con rilevanti ripercussioni sulle controversie in corso.

Come noto, l’impugnazione del licenziamento intimato dal datore di lavoro impone il rispetto di due termini di decadenza: il primo di 60 giorni entro cui effettuare l’impugnazione stragiudiziale (è valido qualsiasi atto scritto idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore) ed il secondo di 180 giorni entro cui deve seguire (pena l’inefficacia del primo) il deposito del ricorso rivolto al giudice del lavoro (art. 6 L. 604/1966).

Ciò posto, tra gli interventi normativi messi in campo per far fronte all’emergenza sanitaria, rientra la sospensione, dal 9 marzo al 15 aprile 2020 (successivamente prorogata fino all’11 maggio) del “decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali” (art. 83 del c.d. Decreto “Cura Italia”).

Fin dai primi commenti alla predetta disposizione, si è registrata molta confusione sul significato da attribuirvi e, dunque, sulla possibilità di ricomprendere nella locuzione “qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali” anche l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento.

Infatti, la formulazione generica della norma si è prestata a non pochi dubbi interpretativi, i quali avranno di certo generato soluzioni differenti tra i soggetti che, in quel momento, si sono trovati a dover effettuare l’impugnazione stragiudiziale del proprio licenziamento.

Fortunatamente, il chiarimento (per nulla scontato) è arrivato da una recente sentenza del Tribunale di Milano.

In particolare, ad avviso del Giudice meneghino, se non vi sono dubbi nel ritenere che il secondo termine di 180 giorni ricada nell’ambito applicativo della sospensione dei termini (essendo correlata al compimento di un atto processuale), maggiori perplessità sorgono, invece, con riferimento al termine previsto per l’impugnazione stragiudiziale.

Ciò in quanto un’interpretazione rigorosa della norma porterebbe a concludere che il riferimento è ai soli termini di natura strettamente giudiziale, mentre la prima impugnazione del licenziamento è un atto di natura puramente stragiudiziale.

Tuttavia, secondo il giudice milanese, tale rigorosa interpretazione contrasterebbe:

– in primo luogo, con la natura unitaria dei due termini di impugnazione, trattandosi di unica fattispecie impugnatoria a formazione progressiva;

– in secondo luogo, con la ratio della normativa emergenziale, dettata per garantire il pieno accesso alla tutela giurisdizionale.

Per queste ragioni, il Tribunale di Milano ritiene che entrambi i termini di impugnazione abbiano beneficiato della sospensione di cui al Decreto “Cura Italia”.

Si può concludere che, se le interpretazioni giurisprudenziali successive resteranno conformi alla pronuncia in oggetto, tutti quei lavoratori che hanno impugnato in via stragiudiziale il licenziamento non nel termine di 60 giorni, ma in quello più lungo determinato dalla sospensione, sono salvi da una pronuncia di rigetto del successivo ricorso giudiziale per decadenza dalla prima impugnazione.

Trib. Milano, Sez. Lavoro, n. 5145/2020

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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