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Impugnazione della delibera assembleare per conflitto di interesse ed abuso di maggioranza

Trib. Torino, 5 novembre 2015, n. 6473 (leggi la sentenza)

Con la sentenza n. 6473/2015, il Tribunale di Torino – sezione specializzata in materia di impresa si è espresso circa la domanda formulata da tre soci di minoranza di una s.r.l. volta a richiedere la declaratoria di invalidità, illegittimità, nullità, annullabilità e comunque l’annullamento della delibera assembleare di aumento del capitale sociale, da sottoscriversi da parte dei soci mediante compensazione dei crediti da restituzione finanziamenti soci, vantati dagli stessi nei confronti della società.

Nello specifico, gli attori si sono determinati ad adire l’autorità giudiziaria rilevando come la delibera in questione, inter alia:

  • fosse stata assunta con il voto contrario dei soci di minoranza e con quello determinante del socio di maggioranza al 77% , nonché Amministratore Unico della società;
  • fosse preordinata alla tutela di interessi divergenti da quelli della società (e, quindi, viziata da eccesso di potere e/o conflitto di interessi), poiché i ricorrenti erano stati chiamati a finanziare la società per coprire le conseguenze di comportamenti illeciti dell’amministratore –socio di maggioranza;
  • mirasse, nella sostanza, all’espulsione dei soci di minoranza dalla società ovvero a ridurre la loro partecipazione ad una soglia ininfluente, inferiore al 10%, tenuto conto del carattere meramente nominale di un aumento di capitale compensato con i crediti da restituzione finanziamento soci (il cui effettivo versamento da parte dell’amministratore unico – socio di maggioranza, veniva peraltro messo in discussione dagli attori).

Tutto quanto sopra si inserisce inoltre all’interno di un contesto che vedeva l’Amministratore Unico responsabile di una serie di atti che avevano pesantemente danneggiato, anche finanziariamente, la società (invero, lo stesso amministratore era indagato per gravi reati di carattere ambientale che avevano condotto l’autorità a disporre un sequestro penale preventivo dello stabilimento aziendale).

Rispetto alle richieste così formulate dagli attori e, in particolare, alle censure poste a fondamento delle stesse, il Tribunale si è espresso – ad avviso della scrivente – in modo puntuale ed oggettivo.

Invero, il Collegio ha ritenuto opportuno precisare come non sussista, ex sé, un conflitto di interessi nel caso in cui l’amministratore unico (nonché socio di maggioranza) convochi un’assemblea e approvi un aumento di capitale per far fronte alle problematiche oggettive ed effettive in cui versa la società, restando irrilevante, su tale piano, la circostanza per cui le cause che hanno provocato questa esigenza siano imputabili a responsabilità dell’amministratore per la sua condotta gestoria. Tali responsabilità, infatti, dovrebbero essere fatte valere con altre azioni specifiche che la normativa riconosce a favore della società, del singolo del socio e anche del terzo (i.e. azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore).

In relazione invece alla censura con cui gli attori lamentano l’abuso di maggioranza nell’approvazione della delibera di aumento di capitale, asserendo come la stessa sarebbe stata assunta al solo scopo di estrometterli dalla compagine sociale, i giudici di primo grado osservano come non possa trovare accoglimento nel caso di specie. Questo perché, da un lato, la difficile situazione economico finanziaria della società giustificava il ricorso ad un’operazione di ricapitalizzazione e, dall’altro lato, perché comunque una siffatta delibera è impugnabile dal socio di minoranza se riesce a provare di trovarsi in condizione di ristrettezza economica (considerando non solo il reddito, ma anche il patrimonio immobiliare) ritenuto che un elemento fondamentale – affinchè sussista l’abuso del socio di maggioranza – risulta essere “la consapevolezza di costui di non poter essere seguito dai soci di minoranza sulla strada della ricapitalizzazione [..] perseguita solo al fine di marginalizzare gli altri soci”.

Alla luce delle considerazioni così svolte, il Tribunale ha quindi rigettato le domande di parte attrice, condannando i soci di minoranza alla rifusione delle spese processuali.

27 gennaio 2016

Giada Salvinig.salvini@lascalaw.com

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