Nelle società di persone l’apporto del socio d’opera costituisce conferimento di patrimonio

Illegittimo il recesso se la durata della s.r.l. supera l’aspettativa di vita del socio

Non può ritenersi legittimo il recesso esercitato da un socio, qualora la durata della società superi la sua aspettativa di vita. Lo ha affermato la Cassazione, facendo riferimento all’art. 2473, comma 2, del Codice Civile, che consente, lo ricordiamo, il recesso ad nutum del socio nell’ipotesi di s.r.l. contratta a tempo indeterminato o la cui durata statutaria sia assimilabile a una durata a tempo indeterminato, in quanto così lontana nel tempo da oltrepassare la ragionevole data di compimento del progetto imprenditoriale.

Deve preliminarmente osservarsi che con la riforma societaria del 2003 si è passati da un regime nel quale la disciplina del recesso da una società a responsabilità limitata faceva rinvio a quella delle società per azioni, ad altro, che prevede un significativo ampliamento dei casi in cui può esercitarsi il recesso (art. 2473 c.c.), salva diversa volontà dei soci espressa nell’atto costitutivo.

È stata poi introdotta la previsione di una società di durata indeterminata, con previsione della possibilità di recesso ad nutum: ai sensi dell’art. 2473 c.c., il socio di s.r.l. costituita a tempo indeterminato può infatti recedere dalla stessa in ogni momento, con un preavviso di centottanta giorni, salvo che l’atto costitutivo non preveda un preavviso maggiore, comunque non superiore all’anno.

Si rammenta che nella pronuncia della Suprema Corte n. 9662/2013, si è affermato che la fissazione della previsione di durata dell’ente societario assolve allo “scopo di optare per una determinazione dell’aspettativa di vita di una società in funzione della possibilità che il progetto di attività, che con essa si intende perseguire, possa essere, sia pure indicativamente, determinato“. Diversamente, “una data oltremodo lontana nel tempo ha, almeno di norma, l’effetto di far perdere qualsiasi possibilità di ricostruire l’effettiva volontà delle parti circa l’opzione fra una durata a tempo determinato o indeterminato della società“.

La Corte di Cassazione, nella citata pronuncia n. 9662/2013, aveva confermato la decisione impugnata, con la quale si era accertato il diritto di recesso del socio, ai sensi dell’art. 2473 c.c., ritenendo che la delibera societaria era rivolta essenzialmente ad escludere una causa di recesso del socio: l’originaria durata statutaria, prevista per il 2100, era assimilabile, infatti, ad una durata a tempo indeterminato, trattandosi di un’epoca così lontana “da oltrepassare qualsiasi orizzonte previsionale, non solo della persona fisica ma anche di un soggetto collettivo“.

La presente controversia aveva invece ad oggetto la verifica della legittimità del recesso ad nutum esercitato da socio di una s.r.l. costituita con una durata determinata fino al 2050.

Nella fattispecie qui in esame, la Suprema Corte, tenuto anche conto della tutela dei creditori sociali (che, facendo affidamento solo sul patrimonio sociale, hanno interesse al mantenimento della sua integrità) ha invece respinto il ricorso.

Una durata statutaria della società fissata al 2050, che il ricorrente riteneva equivalente a quella a tempo indeterminato, in realtà supera, non “la ragionevole data di compimento del progetto imprenditoriale” (come affermato nella pronuncia n. 9662/2013), ma unicamente l’aspettativa di vita ovvero la durata media di vita del socio-persona fisica: circostanza, questa, del tutto irrilevante.

Cass., Sez. I Civ., 29 marzo 2019, ordinanza n. 8962

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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