Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Illegittima cessione di ramo d’azienda e obblighi retributivi

Se, a seguito di accertamento giudiziale dell’illegittimità della cessione del ramo di azienda, il datore di lavoro cedente rifiuta il ripristino del rapporto di lavoro con il dipendente senza valida giustificazione, il lavoratore ha ugualmente il diritto di percepire lo stipendio dal cedente medesimo?

E, più precisamente, il datore di lavoro cedente è obbligato a corrispondere la retribuzione nonostante, medio tempore, quest’ultima sia stata comunque versata dal cessionario?

Il Tribunale di Roma si è di recente occupato della questione, esaminando il caso di due dipendenti, che, ancorché coinvolti in un illegittimo trasferimento di azienda e pur avendo i medesimi formalmente offerto la propria prestazione di lavoro al cedente, avevano in realtà reso il proprio lavoro in favore del cessionario e da quest’ultimo erano stati pagati in misura identica a quanto avrebbe loro corrisposto il cedente per lo svolgimento della stessa prestazione.

La pronuncia in esame è interessante poiché contrasta con l’orientamento ultimamente prevalente della Corte di Cassazione.

In particolare, secondo il predetto orientamento, dalle retribuzioni che spettano al lavoratore da parte del datore (non più cedente), che abbia effettuato un trasferimento di azienda dichiarato illegittimo e che abbia senza motivo legittimo rifiutato di ripristinare il rapporto con il lavoratore (non più ceduto), non è detraibile quanto lo stesso lavoratore abbia percepito, a titolo di retribuzione, per l’attività prestata in favore dell’utilizzatore (non più datore cessionario).

Quindi, il pagamento delle retribuzioni, effettuate dall’ex cessionario non produce effetto estintivo, in tutto o in parte, dell’obbligazione retributiva gravante sull’ex cedente, che abbia rifiutato illegittimamente la prestazione offertagli ritualmente dal lavoratore.

Il ragionamento seguito dalla giurisprudenza di legittimità ormai maggioritaria trae fondamento dall’assunto che, nel caso di trasferimento d’azienda dichiarato illegittimo, si vengono a creare due distinti rapporti: uno, de iure, ripristinato nei confronti dell’originario datore di lavoro, tenuto alla corresponsione delle retribuzioni maturate dalla costituzione in mora del lavoratore; l’altro, di fatto, nei confronti del soggetto già cessionario ed effettivo utilizzatore.

Conseguenza del predetto assunto è che la prestazione lavorativa solo apparentemente resta unica: invero, accanto ad una prestazione resa materialmente in favore del soggetto con il quale il lavoratore ha instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve n’è un’altra resa giuridicamente, non meno rilevante sul piano del diritto, in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro si crea de iure (anche se non de facto a causa del rifiuto ingiustificato).

Pertanto, al dipendente spetta la retribuzione dal datore di lavoro originario tanto se la prestazione di lavoro sia effettivamente eseguita, quanto se il datore di lavoro versi in una situazione di mora nei suoi confronti per averla rifiutata.

In altri termini, la messa a disposizione delle energie lavorative del dipendente è giuridicamente equiparabile alla utilizzazione effettiva, con conseguente obbligo di pagare la controprestazione retributiva.

Orbene, al Tribunale di Roma non è apparsa condivisibile l’affermazione della Suprema Corte secondo cui la prestazione lavorativa sarebbe solo apparentemente unica, posto che non dovrebbero sussistere dubbi circa il fatto che il lavoratore non sia in grado di eseguire contemporaneamente la medesima prestazione in favore di due distinti datori di lavoro.

Ne deriva che la prestazione è unica e altrettanto unica deve essere la controprestazione retributiva.

Peraltro, il Tribunale capitolino conclude il suo iter motivazionale rimarcando una peculiarità della fattispecie concreta sottoposta al suo esame, ossia la successiva fusione delle due società per incorporazione della ex cessionaria nella ex cedente.

Tale circostanza avrebbe reso ancora più anomalo ed ingiustificabile il pagamento della retribuzione da parte dello stesso soggetto per due volte e per una medesima prestazione lavorativa, già correttamente retribuita.

Se la controversia dovesse proseguire sino al terzo grado di giudizio, sarebbe curioso conoscerne l’esito per scoprire se la Suprema Corte accetterà le critiche mosse dal Tribunale oppure se confermerà il proprio orientamento, con soddisfazione dei lavoratori.

Tribunale di Roma, Sez. II Lavoro, sentenza n. 113/2021

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Gli esercenti le professioni sanitarie che, in epoca precedente all’entrata in vigore dell'art. 4...

Lavoro e Relazioni Industriali

La mediazione è obbligatoria anche per il fideiussore?

In tema di licenziamento collettivo, la riformulazione della norma (art. 5, comma 3, l. 223/1991) c...

Lavoro e Relazioni Industriali

L’assenza di preventivo non esclude il diritto al compenso dell’avvocato

Quando un lavoratore rinuncia all’indennità sostitutiva del preavviso mediante accordo transattiv...

Lavoro e Relazioni Industriali

X