Mark to market, sei elemento essenziale e determinabile?

Tra illecito e fiducia, una prova che deve essere resa

Il Tribunale di Roma, con una recente pronuncia affronta il problema legato alla responsabilità dell’intermediario finanziario rispetto all’illecito compiuto da proprio promotore finanziario.

Dal punto di vista fattuale i clienti deducevano d’essere stati contattati da una impiegata di un primario istituto di credito “che aveva proposto ad essi attori, correntisti della predetta banca, di effettuare un investimento a capitale garantito, con ampi e sicuri margini di guadagno, con interessi che potevano arrivare al 9 % annui”.

Le somme dirette a compiere i predetti investimenti sarebbero state consegnate mediante assegno bancario senza indicazione del beneficiario e, nel tempo, sarebbero stati consegnati rendiconti falsi in merito all’andamento di pretesi investimenti.

Il Giudice adito, nel valutare le questioni poste dall’attrice, osserva che “Nel caso di specie gli attori non hanno evocato in giudizio la [dipendente] né quindi svolto alcuna domanda risarcitoria nei confronti della stessa, quale pretesa autrice della lamentata sottrazione di denaro, ma questo non impedisce di procedere, in via incidentale, all’accertamento della condotta della stessa”.

Nel merito il Tribunale osserva che, dinnanzi alla dedotta appropriazione di somme di denaro che erano state consegnate per impiegarle in investimenti in realtà mai eseguiti ed occultamento del comportamento illecito attraverso la predisposizione di false rendicontazioni e false attestazioni di operazioni in realtà di fatto inesistenti o comunque non accertate come avvenute, “deve evidenziarsi che sugli attori gravava l’onere di provare la consegna delle somme di denaro, dagli stessi indicate come messe a disposizione della Di Leo a mezzo assegni (senza indicazione di beneficiario) al fine di effettuare determinati investimenti”.

La mancanza di prova in merito alla dazione delle somme comporta l’esclusione di “qualsiasi responsabilità, ex art. 31, 3° comma, TUF” e, peraltro, “l’esistenza di un rapporto strettamente fiduciario e personale” degli attori con la dipendente “non permettono di ritenere integrato, nel caso di specie, il nesso di occasionalità necessaria comportante la responsabilità del preponente ai sensi dell’art. 31 del D.Lgs. 58/1998”.

Trib. Roma, 13 dicembre 2019, n. 23931

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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