A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Il tempo è denaro, lo sa bene l’avvocato

Un avvocato conveniva in giudizio una società chiedendone la condanna al pagamento di 22.956.000 delle vecchie lire per aver svolto attività stragiudiziale in favore di quest’ultima nei mesi da febbraio a maggio 2001.

Il suddetto importo, a dire del legale, risultava dall’applicazione di una tariffa prestabilita per ora o frazione di ora, concordata tra le parti nell’accordo stipulato il 17.4.2001, mediante il richiamo alla Tabella B della tariffa di cui al D.M. n. 585 del 1994.

Il Tribunale di Bologna condannava la convenuta a pagare la minor somma di 5.950.000 lire, ritenendo che l’attore non avesse provato il tempo effettivamente impiegato per il relativo svolgimento dell’attività legale.

La Corte d’Appello rigettava l’appello dell’avvocato.

Il professionista non demorde e ricorre in Cassazione deducendo, tra i vari motivi, la violazione dell’art. 2233 in quanto il giudice di merito avrebbe ignorato il contenuto dell’accordo tra le parti, nella parte in cui, ai fini della quantificazione del compenso a tempo per le prestazioni stragiudiziali, faceva riferimento alla Tabella B della tariffa forense, in modo da equiparare le frazioni di ora alle ore intere (mentre la Tabella D contempla la parametrazione del compenso anche alle frazioni di ora).

A parere della Cassazione, invece, la doglianza è infondata. 

La violazione dell’art. 2233 c.c., non appare sussistente posto che il giudice di merito non ha applicato la tariffa forense sull’erroneo presupposto che le parti non avessero pattuito i criteri di determinazione del compenso, ma – al contrario – dando per presupposto tale accordo, ha ritenuto che con esso le parti, nonostante l’erroneo richiamo della Tabella B, avessero in realtà inteso riferirsi alla Tabella D, sicché l’applicazione di quest’ultima, lungi dall’obliterarlo, rappresentava proprio l’effetto di tale accordo.

Peraltro, anche a voler ritenere che la censura chiami in causa l’interpretazione fornita dal giudice di merito alla convenzione in discorso, essa non sarebbe rispettosa dell’insegnamento di questa Corte, alla cui stregua “in tema di ermeneutica contrattuale, l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo nell’ipotesi di violazione dei canoni legali d’interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e segg.. Ne consegue che il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamene violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai richiamati canoni legali“.

Per questi motivi la Cassazione ha rigettato il ricorso.

Cass., Sez. II, Ord., 23 febbraio 2022, n. 5892

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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