Il Manuale Utente delle comunicazioni oggettive

Il rilascio di copia della documentazione bancaria: diritto o onere del cliente?

Com’è noto, il titolo VI del Testo unico bancario ha come principale obiettivo (come del resto suggerisce la rubrica) quello di garantire più elevati livelli di trasparenza nei rapporti tra le banche e gli intermediari finanziari e i loro clienti. Questi ultimi vengono tutelati non solo nelle fasi preliminari alla conclusione di un contratto e nel momento del suo perfezionamento, ma anche nel corso della fase esecutiva.

Proprio in questo senso si pone la disposizione di cui all’art. 119 T.U.B., nel testo così sostituito dall’art. 4, comma 2, d.lgs. 141/2010, la cui ratio è di assicurare al cliente un adeguato flusso informativo durante l’intero periodo di esecuzione del contratto. 
Il primo comma dell’articolo citato impone, infatti, alle banche e agli intermediari finanziari, nei contratti di durata, di fornire «al cliente, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente stesso, alla scadenza del contratto e comunque almeno una volta all’anno, una comunicazione chiara in merito allo svolgimento del rapporto».    

In ogni caso, il successivo quarto comma del medesimo articolo, aggiunge che «il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni».            
Ciò significa che, se la banca o l’intermediario finanziario non dovessero adempiere agli obblighi di cui al primo comma, o se il cliente non fosse più nella disponibilità della documentazione ricevuta, costui (ma anche i suoi aventi causa e chi amministri il suo patrimonio) ha il diritto di rivolgersi direttamente all’istituto di credito, che deve provvedere entro il termine indicato.        
L’applicazione di tale disposizione ha ingenerato un contrasto giurisprudenziale in merito al rapporto con l’art. 210 c.p.c., che, come si sa, dà la possibilità al giudice, su istanza di parte, di ordinare alla controparte o a un terzo di esibire in giudizio un documento o quant’altro sia necessario acquisire.  
In particolare, il contrasto ha riguardato possibilità per il cliente, attore in un giudizio contro l’ente creditizio, di presentare istanza al giudice per ottenere quei documenti che avrebbe diritto di ricevere ex art. 119, comma 4, T.U.B., ma che non aveva effettivamente richiesto prima della causa.  
Secondo una giurisprudenza sviluppatasi all’interno di alcune corti di merito (tra cui si segnala, più di recente, Trib. Chieti 56/2020 e Trib. Roma 4 luglio 2021), il cliente che non si avvalesse dell’art. 119, comma 4, T.U.B. per ottenere la documentazione relativa a una particolare operazione, non potrebbe poi ricorrere dell’art. 210 c.p.c. in corso di causa. Infatti, l’invito della richiesta ex art. 119 T.U.B. in tempo utile, prima di instaurare il giudizio, sarebbe lo strumento attraverso cui il cliente si può dotare della documentazione necessaria per assolvere al proprio onere probatorio.
Secondo la giurisprudenza di legittimità, viceversa, al fine di valorizzare la ratio del T.U.B. nel senso di conferire le maggiori tutele possibili al cliente quale parte debole del rapporto contrattuale, sarebbe possibile richiedere un ordine di esibizione della documentazione contrattuale in giudizio, anche se prima non si è provveduto alla richiesta ex art. 119 T.U.B.. In questo senso si è espressa Cass. 24181/2020, la quale, richiamando vari precedenti conformi (tra cui Cass. 3785/2019 e Cass. 11554/2017, ma cfr. anche Cass. 31650/2019), osserva che «il titolare di un rapporto di conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto, ai sensi dell’art. 119 T.U.B. anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale, non potendosi ritenere corretta una diversa soluzione sul fondamento del disposto di cui all’art. 210 c.p.c., perché non può convertirsi un istituto di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, trasformando la sua richiesta di documentazione da libera facoltà ad onere vincolante». E ciò sia perché «la norma del TUB è norma speciale rispetto all’art. 210 c.p.c.», anche perché «il diritto del cliente ad avere copia della documentazione ha natura sostanziale e non meramente processuale», con la conseguenza che non sono applicabili i limiti normativi e giurisprudenziali dettati da quest’ultima previsione, sia perché «l’art. 119 T.U.B. non contempla, o dispone, nessuna limitazione che risulti in un qualche modo attinente alla fase di eventuale svolgimento giudiziale dei rapporti tra correntista e istituto di credito».     
Il dibattito in materia, apparentemente risolto, si è invece riproposto quando una recentissima sentenza della Cassazione, la 24641/2021, pubblicata il 13 settembre 2021, ha rigettato la soluzione di Cass. 24181/2020 osservando anzitutto che «non v’è, nel tenore letterale dell’articolo 119, quarto comma, alcun elemento, di segno positivo, dal quale desumere che il cliente possa, per così dire di default, ottenere a lite pendente la consegna degli estratti conto».         
Se così non fosse – osserva la sentenza in discorso – significherebbe «dire che è la banca, su istanza del cliente , a dover produrre su ordine del giudice gli estratti conto che il cliente non abbia né prodotto, né preventivamente richiesto con esito negativo , il che scardina le regole del riparto degli oneri probatori».  

In merito al termine entro cui il cliente dovrebbe attivare l’istituto del Testo Unico, la stessa pronuncia prosegue osservando che «quanto precede non sta a significare che il cliente, una volta introdotta la causa in veste di attore, non possa più avvalersi dell’articolo 119, ultimo comma; non può farlo invocando indiscriminatamente l’intervento del giudice, il che stravolgerebbe le regole processuali invece operanti, a meno che la banca non si sia resa inadempiente dell’obbligo che su di essa incombe: ma nulla esclude, viceversa, che il cliente, introdotta la lite (ed al netto dell’osservanza dell’articolo 163, numeri 3 e 4, c.p.c.), possa rivolgersi direttamente alla banca per farsi consegnare la documentazione di cui ha bisogno». Per questa ragione «il cliente, o chi per lui, ha certo diritto di ottenere gli estratti conto direttamente dalla banca, ma non per il tramite del giudice, ai sensi dell’articolo 210 c.p.c., salvo che , una volta effettuata la richiesta alla banca, questa non si sia resa inadempiente al proprio obbligo».
L’accoglimento della tesi meno favorevole al cliente in quest’ultima pronuncia non appare idonea a tacitare il dibattito in corso, anche perché essa stessa si espone ad alcune critiche.   
Infatti, se è vero che l’art. 119 T.U.B. non specifica che il diritto in discorso possa essere esercitato anche in pendenza di lite, è anche vero l’opposto, ossia che non esistono limiti all’esercizio del diritto dati dall’introduzione di un giudizio.      
Allo stesso modo, volendo rimanere alla lettera della legge, non esiste alcuna previsione processualistica che esclude l’applicabilità dell’art. 210 c.p.c. se il cliente non ha, prima del giudizio, applicato l’art. 119 T.U.B.. A ben vedere, l’art. 210 c.p.c. può essere utilizzato in ogni caso, a patto che il documento richiesto sia indispensabile per conoscere dei fatti di causa, la sua acquisizione non provochi un grave danno per l’obbligato all’esibizione e non lo costringa a violare uno dei segreti di cui agli artt. 351 e 352 c.p.p..          
E tutto ciò senza ignorare che una simile interpretazione finirebbe per trasformare quello che la legge qualifica come “diritto” in un vero e proprio onere, che tra l’altro produrrebbe dei limiti al diritto di difesa della parte che, invece, dovrebbe essere oggetto di particolare tutela. Infatti, se, come stabilisce la sentenza in discorso, restano fermi i termini processuali per l’allegazione delle prove, il cliente che voglia azionarsi contro la banca ma non abbia ancora i documenti potrebbe essere costretto ad attendere tutti i novanta giorni stabiliti dal Testo Unico prima di introdurre la causa. Quello di cui all’art. 119 T.U.B. rischierebbe, quindi, di trasformarsi in un termine dilatorio a tutto vantaggio dell’ente creditizio. Allo stesso modo, all’interno di un processo già introdotto, considerando quale ultimo termine quello delle memorie di cui all’art. 183, 6° c., n. 3, c.p.c., il cliente dovrebbe inoltrare la richiesta ex art. 119 T.U.B. ancora prima di leggere le memorie della controparte di cui al n. 1 dell’art. 183, 6° c., n. 1, c.p.c. (si ricordi che tra la prima udienza e la terza memoria intercorrono ottanta giorni), e di conseguenza se volesse produrre documenti a prova contraria che non sono nella sua disponibilità, a rigore non avrebbe strumenti per ottenerli.

Simone Mascelloni – s.mascelloni@lascalaw.com

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