Crisi e procedure concorsuali

Il ricorso per la dichiarazione di fallimento e l’accertamento giudiziale del credito

Cass., 15 settembre 2015, n. 18128 (leggi la sentenza)

La valutazione sull’esistenza del credito del ricorrente per la dichiarazione di fallimento, prima della riforma della legge fallimentare, era pacificamente svolta incidenter tantum in coerenza con la previsione normativa che legittimava il tribunale a dichiarare d’ufficio il fallimento.

Nell’attuale quadro normativo, con il venir meno della dichiarazione di fallimento d’ufficio, è venuta altresì a mancare la certezza in merito al fatto che la legittimazione del creditore a proporre il ricorso per la dichiarazione di fallimento sussiste anche in assenza di un accertamento giudiziale del credito.

Invero, riguardo l’accertamento della qualità di creditore in capo al ricorrente, quale presupposto imprescindibile per la dichiarazione di fallimento, l’orientamento minoritario esclude che rientri nei poteri del Tribunale valutare, in sede prefallimentare, la fondatezza nel merito delle contestazioni mosse dal debitore alle ragioni dei propri creditori, ben potendo tale valutazione risolversi in un giudizio prognostico sull’esito della lite da instaurare, sprovvisto della necessaria completezza delle ragioni difensive delle parti e degli elementi di prova, ovvero caratterizzato da un ampio margine di discrezionalità, cui consegue il rigetto dell’istanza di fallimento fondata su un credito non portato da titolo definitivo e contestato dal debitore (cfr. sentenza del Tribunale di Mantova, 26 febbraio 2015).

Al contrario, la Suprema Corte è costante nell’affermare che per la verifica della qualità di creditore, al fine della valida proposizione del ricorso di cui all’art. 6 L.F., non è necessario si tratti di un credito accertato giudizialmente o in via definitiva, ben potendo il giudice compiere i necessari accertamenti anche ai fini della legittimazione del creditore istante (Cass. 3 novembre 2005, n. 21327; Cass. 23 gennaio 2013, n. 1521).

La legge si limita, infatti, a prevedere che il fallimento sia dichiarato su ricorso “di uno o più creditori”, senza imporre che il credito vantato dal creditore istante sia stato preliminarmente accertato con efficacia di giudicato. Pertanto, l’art. 6 L.F. “non presuppone un definitivo accertamento del credito in sede giudiziale, né l’esecutività del titolo, essendo viceversa a tal fine sufficiente un accertamento incidentale del giudice, all’esclusivo scopo di verificare la legittimazione dell’istante” (Cass. 11421/2014). In altre parole spetta al giudice dell’istanza di fallimento accertare il credito incidenter tantum, sulla base degli elementi a sua disposizione, offertigli dalle parti ovvero acquisiti d’ufficio.

Sul punto la recente pronuncia della Corte di Cassazione del 15 settembre 2015, n. 18128 argomenta come al tribunale, benché sia stata abrogata l’iniziativa d’ufficio, residui un potere d’indagine officiosa, seppur circoscritto ai fatti dedotti in occasione delle allegazioni difensive, volto a rispondere all’esigenza di evitare la pronuncia di fallimenti ingiustificati. Considerazione che trova avvallo in più punti della disciplina fallimentare: anzitutto l’art. 15, comma quarto, L.F. riconosce espressamente in capo al giudice la possibilità di assumere eventuali informazioni urgenti; in aggiunta la previsione sancita all’art. 1, secondo comma, lettera b) L.F. ammette la possibilità di raccogliere dati in ordine ai ricavi lordi in qualunque modo risultanti; infine completa, al riguardo, l’art. 18 L.F. che, nel giudizio d’impugnazione, concede al collegio di assumere anche d’ufficio tutti i mezzi di prova ritenuti necessari (Cass. 13086/2010; Cass. 17281/2010).

Concludendo, è ormai sancito il principio per cui sia sufficiente un accertamento sommario ed incidentale da parte del tribunale sulla qualità di creditore del ricorrente, ai soli fini della valutazione della legittimazione ad instare.

24 settembre 2015

Matilde Sciagata – m.sciagata@lascalaw.com

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