Diritto Processuale Civile

Il regime delle preclusioni nell’intervento del terzo

La Corte di Appello di Genova con sentenza del 04/08/2009 ha dichiarato inammissibili gli interventi di due società in una causa avente ad oggetto la revoca del fondo patrimoniale costituito da due coniugi.

A parere della Corte l’inammissibilità derivava dalla circostanza che gli interventi erano avvenuti dopo l’udienza di trattazione, ragion per cui non potevano proporre domande nuove, il tutto conformemente all’interpretazione più restrittiva  dell’art. 268 II comma cpc secondo cui la norma impedirebbe al terzo il compimento di atti che al momento dell’intervento sono già preclusi ad almeno una delle parti, con la conseguenza  che l’attività dell’interveniente subisce le medesime limitazioni cui è soggetta la parte che per prima incorre nelle preclusioni.

Tale ultimo principio è stato, ancora una volta, completamente  ribaltato dalla recente sentenza della Corte di Cassazione e precisamente la n. 3116 del 17/02/2015 con la quale i giudici di legittimità, cassando la sentenza emessa dai giudici di Genova, hanno stabilito che chi interviene volontariamente in un processo già pendente ha sempre la facoltà di formulare domande nei confronti delle altre parti, quand’anche sia ormai spirato il termine di cui all’articolo 183 del Cpc per la fissazione del thema decidendum.

La sentenza della Corte di Cassazione del 2015 richiama  l’orientamento di legittimità prevalente ed unanime,  in forza del quale l’art. 268 cod. proc. civ., comma 2 deve essere interpretato alla luce del comma 1, in forza del quale l’intervento può avere luogo anche successivamente al maturare dei termini di preclusione per le altre parti, purchè “sino a che non vengano precisate le conclusioni”.

Il coordinamento tra le due disposizioni non può prescindere dalla considerazione che la norma in oggetto riguarda, nella sua portata generale, anche l’intervento volontario autonomo; e che in tale fattispecie processuale la formulazione da parte del terzo di domande autonome rispetto a quelle già formulate dalle parti originariamente costituitesi in giudizio deve ritenersi coessenziale all’intervento stesso. Sicchè estendere al terzo interveniente gli effetti della preclusione sulle domande, eventualmente già verificatasi per le altre parti, equivarrebbe in pratica a negare il suo diritto di intervento autonomo entro il termine ultimo della precisazione delle conclusioni definitive, così come invece consentitogli dalla legge.

Su tale presupposto, il divieto di compiere atti che al momento dell’intervento non siano più permessi alle altre parti (salva la peculiare ipotesi della comparizione volontaria per la necessaria integrazione del contraddittorio) deve riferirsi unicamente all’attività istruttoria; con riguardo alla quale l’interveniente deve accettare il processo nello stato in cui si trova e, dunque, eventualmente anche nello stato risultante in esito alle preclusioni probatorie concernenti le altre parti.

A tal proposito in un’altra pronuncia del 2014 la Corte di Cassazione ha precisato, relativamente ai riflessi che il suesposto principio ha nei confronti del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, che “Una diversa interpretazione dell’art. 268 cit. non potrebbe trovare fondamento nel principio costituzionale di ragionevole durata del processo, dal momento che: – la formulazione di nuove domande da parte del terzo interveniente non comporta di per sè l’automatico superamento di tale ragionevole durata, d’altra parte suscettibile di essere valutata nella concretezza del caso ed adeguata alla luce di tutti gli altri elementi della fattispecie processuale, non ultimi la complessità del caso ed il comportamento delle parti e, tra queste, dello stesso interveniente; – la possibilità per quest’ultimo di formulare nuove domande nel giudizio già pendente tra altre parti può apparire essa stessa funzionale ad un utilizzo più efficiente ed economico del processo, ove volta a prevenire l’introduzione ex novo di un giudizio autonomo e variamente interferente con quello già radicato; – tale possibilità non è comunque indiscriminata; non solo perchè l’intervento è precluso nella fase decisoria del processo, ma anche perchè essa trova adeguato contemperamento antidilatorio nella intangibilità delle preclusioni istruttorie eventualmente già verificatesi..”(Corte di Cass 26/05/2014 n. 11681).

Deve dunque concludersi che – contrariamente a quanto sostenuto dal prevalente orientamento della giurisprudenza di merito – la preclusione di cui all’art. 268 cpc opera esclusivamente sul piano istruttorio, non anche su quello assertivo; con conseguente ammissibilità (salva l’osservanza del termine ultimo dato dalla precisazione delle conclusioni) della formulazione da parte del terzo interveniente di domande nuove ed autonome (Cass. n. 25264 del 16/10/08; Cass. 28/07/2005; Cass. n. 3186 del 14/02/2006; Cass. n. 25264 del 16/10/08; Cass. N. 15208 del 11/07/2011);

2 marzo 2015

Alberta Vettorel – a.vettorel@lascalaw.com

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