Il piano di risanamento societario non giustifica la distrazione di beni aziendali

Nelle more del procedimento prefallimentare, il debitore non può compiere atti dispositivi rispetto ai beni aziendali e ciò anche se ha presentato un piano di risanamento, in quanto tale attività – posta in essere nel momento in cui la società non è in grado di soddisfare tutte le proprie obbligazioni – è da valutarsi quale attività distrattiva, dal momento che priva l’impresa della totalità del patrimonio senza nessuna garanzia di soddisfacimento integrale dei creditori.

Con decreto, confermato in sede di riesame, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Chieti ha disposto il sequestro preventivo del complesso aziendale di una società, complesso che gli amministratori risultano aver ceduto nelle more tra la chiusura della procedura di concordato preventivo (avviata in precedenza dalla società) e l’apertura del fallimento, dichiarato a seguito dell’istanza presentata dal Pubblico Ministero.

La Suprema Corte, investita della questione su ricorso della società fallita, ha sostenuto che nel corso della fase prefallimentare – avviatasi a seguito dell’istanza del P.M. – la società non aveva alcun diritto di alienare i beni aziendali.

Infatti, la circostanza per cui, nel caso di specie, non fosse ancora intervenuta la sentenza di fallimento, non poteva giustificare la condotta posta in essere dagli amministratori della società, in quanto, in ogni caso, tesa a “svuotare” il patrimonio societario, senza fornire tuttavia alcuna garanzia di soddisfacimento integrale dei creditori.

La società, dal canto suo, ha sostenuto la liceità della propria condotta in forza della presentazione del piano di risanamento aziendale redatto prima della pubblicazione della sentenza di fallimento e certificato dal professionista qualificato, come previsto dall’art. 67, III co. lett. d, l.f.

Tuttavia, la Cassazione ha ritenuto che il piano presentato dalla società fosse stato redatto solo in funzione della sua liquidazione ed al di fuori di qualsiasi controllo giurisdizionale e, comunque,  non idoneo a consentire il risanamento dell’impresa in prospettiva di una continuazione dell’attività.

Nello specifico la Corte ha rilevato che: “L’impresa è stata completamente svuotata per effetto dell’attività negoziale posta in essere dagli imputati nel periodo considerato e tale risultato non è “sanato” dalla rinuncia dei creditori che avevano presentato tempestivamente istanza di insinuazione al passivo, che causava la chiusura dello stesso  appena tre mesi dopo la sentenza di fallimento”. Infatti, il pericolo per la soddisfazione dei creditori era già concretamente sorto con l’alienazione dei beni, circostanza confermata dal fatto che il provvedimento impugnato dava atto della presenza di crediti insoddisfatti.

In conclusione, dunque, il piano di risanamento, sia pure attestato da un professionista qualificato, non è sufficiente ad evitare la sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta (distrattiva) e le relative misure cautelari, qualora lo stesso non risulti concretamente idoneo all’effettivo risanamento dell’esposizione debitoria dell’azienda ed al riequilibrio della sua situazione economico-finanziaria della società.

Cass., Sez. V, 3 marzo 2016, n. 8926 (leggi la sentenza)

Luciana Cipolla l.cipolla@lascalaw.com

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

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